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Giorno della Liberazione, 25 Aprile 3013

Quanto ci racconta la narrazione distopica dei nostri sogni, delle nostre ansie e delle paure che non solo governano le menti e la condotta dei singoli individui ma indirizzano anche l’agire collettivo oltre che il suo consenso ad una serie di decisioni politiche e sociali a livello nazionale ed internazionale? Fino a che punto essa ci riconsegna le reali fantasie di morte, catarsi e resurrezione diffuse tra le persone? E, considerandola prodotto del suo tempo, cosa ci dicono della nostra società attuale le rappresentazioni di razza, genere, classe e cultura che essa intesse?

Belle domande. A nostro avviso, le narrazioni distopiche sono una sorta di sintesi autoriale di insiemi di emozioni forti, le stesse generate da quella ‘società del rischio’ globale, detta anche ‘della vita precaria’, sin dalla caduta dei muri e della configurazione moderna delle relazioni internazionali e delle forme di rappresentazione ed autorappresentazione ad essa legate.

Non che la narrazione distopica racconti tutto delle paure e delle speranze del nostro tempo, ma, in un certo senso, rappresenta un racconto corale (cfr. C. James) che immagina le sorti non tanto dell’individuo in sé ma di gruppi umani, nazioni o dell’umanità intera. Più importante ancora, ci restituisce il risultato della convergenza tra immaginari catastrofici e normativizzazione di quegli stessi immaginari, e la tensione tra governo degli immaginari (da parte delle agenzie del consenso, tra cui gli stessi media) e quella che è l’imprevedibile e potenzialmente illimitata traduzione/rappresentazione individuale e collettiva della catastrofe e del post-catastrofe.

A partire da questa idea, Distopie vuole essere un luogo di analisi della cultura popolare distopica (dalla fantascienza all’horror e a tutti i loro sottogeneri) attraverso una serie di strumenti interpretativi che ci vengono forniti dagli studi coloniali e postcoloniali, dagli studi culturali, dalla letteratura comparativa, dalla filosofia politica, dai gender e queer studies e dagli studi critici sulla razza e sulla bianchezza. Distopie fa proprio un approccio intersezionale, ossia attento alla costruzione e all’intersecarsi delle linee di divisione di classe, genere, colore, cultura, e alla fissazione dei relativi privilegi.

Le narrazioni distopiche che Distopie prende in considerazione si possono presentare sottoforma di romanzo, racconto, fumetto, film, serie televisiva, videogioco. Il suo fine è quello di calare nel nostro presente le fantasie proiettate spesso nel futuro e legate alla catastrofe, alla fine del mondo geopoliticamente inteso, alla fine del tempo, alla fine dell’umano o della Natura, alle mutazioni che segnano un non-ritorno nella trasformazione dell’umanità, alla violenza definitiva. Vuole capire l’origine e la genesi della loro narrazione finzionale, vuole analizzarne la funzione (di catarsi? di esorcismo?) e il successo del loro contenuto mettendole a confronto con una serie di altri testi del presente e del passato (di natura storiografica, visiva, letteraria, politica, sociale ed economica).

Oltre a ciò Distopie legge con attenzione gli esiti dal punto di vista dell’immaginazione del ‘dopo’. Questi ultimi sono rilevanti non come tali, ma perché ci raccontano talvolta chi è il vero nemico qui e adesso, la fonte delle nostre massime preoccupazioni e il mondo che vorremmo, semmai ve ne fosse uno. Per fare ciò Distopie rintraccia quali corrispondenze vi sono tra le codificazioni del Sé e dell’Altro/a nelle narrazioni distopiche, da un lato, e, dall’altro, nella loro rappresentazione mediatica e all’intero del dibattito pubblico, principalmente in Italia, in Europa e in Occidente. Confrontandole con le rappresentazioni della catastrofe prodotte al di là dei confini occidentali, Distopie tenta di comprendere quali elementi culturali comuni rendono possibile il godimento trasnazionale della narrazione distopica, e quali elementi culturali fanno emergere il carattere per niente universale (e per lo più occidente-centrica) dei codici che intessono la rappresentazione della catastrofe. Con un’attenzione ai contesti culturali e alle specifiche eredità culturali, storiche e politiche che si celano dietro a narrazioni horror e fantascientifiche, Distopie prova a comprendere cosa vi è in esse di comune e, diremmo, globale.

Nel caso di Distopie, la ‘catastrofe’ o ‘la crisi’ veiene intesa come un’insieme di fenomeni tra loro molto diversi, minacce sia reali sia simboliche, che generano stati emotivi, di ansia e paura, di rabbia e rassegnazione che stanno alla base delle fantasie occidentali e bianche per ‘comunità immaginate’ nazionali o comunitarie spurgate dalla minaccia. Tali stati emotivi possono riferirsi al tramonto dell’ordine mondiale stabilito dalle grandi potenze sin dal 1945 inteso come generatore di scontro di civiltà e fine della storia; alle ansie legate alla fine dell’incolumità dell’Occidente dopo l’attacco alle Torri gemelle e alla ‘guerra globale’; al costante impoverimento di alcune zone della terra e a ciò che viene associato ad esso (progressiva desertificazione e migrazione di massa); alla globalizzazione come perdita di identità e tradizioni e come perdita della centralità dell’Occidente e dell’Europa in particolare nella mappa delle relazioni geopolitiche ed economico-finanziarie; alle minaccie naturali [dall’Hurricane Kathrina (2005), alla diffusione dell’Aviaria (2005), alle esplosioni vulcaniche in Islanda, alle maree di fango in Cina, ai devastanti incendi in Russia (2010), agli Tsunami in Indonesia (2004) e in Giappone (2011), e più in generale al ‘global warming’] come ritorno alla dipendenza umana dai fattori naturali e come rivolta della Natura contro il Progresso; al collasso dell’ordine mondiale degli Stati nazione e delle loro società sotto la scure dei flussi incontrollati di capitale finanziario.

Distopie non presume che vi sia nessuna relazione causa-effetto tra questi fenomeni, ma, è convinta piuttosto, che i discorsi sui fenomeni globali modellino simili codici e regimi emotivi, autorappresentazioni e idee di cittadinanza, identità, alterità, superiorità e inferiorità, e specifiche ‘fantasie di bianchezza’ e razziali in Europa e in Occidente. Insistendo sulla ‘fine di un Noi’ variamente inteso, la narrazione distopica si traduce tra le righe nella raffigurazione della ‘comunità immaginata’, del body politic, della ‘società che deve essere salvata’. Questa società è spesso fatta intendere come l’universalità della comunità umana, quando in realtà essa emerge da tale narrazione come la sua parcellizzazione e selezione secondo precise idee di razza, classe e genere. Come tale, la narrazione distopica finisce per essere la rappresentazione ‘troppo umana’ di un ‘postumano’ che in realtà non è così in là a venire (o forse è già qui).

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