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di Gaia Giuliani

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Les revenants una miniserie di produzione francese (Canal+, 2012) alquanto interessante, con un’ottima regia ed un cast importante per la commedia francese degli ultimi anni (come Polisse, in cui recita Frédèric Pierrot, il padre di Camille, protagonista della minserie). È un prodotto piacevole, ben fatto ed accurato nella scelta della colonna sonora e delle storie dei ‘ritornati’, ciascuna delle quali viene trattata in dettaglio. Come nella produzione BBC In the flesh, [https://distopie.wordpress.com/2013/04/26/la-morte-cammina-con-me-storia-dei-morti-che-tornano-vivi-fido-2006-e-in-the-flesh-2013/] il tema principale qui è il dono del ritorno dei morti tra i loro cari. In Les revenants vivi e morti abitavano o abitano il paese dell’alta Savoia che è nato attorno ad una diga enorme. C’è sicuramente un segreto attorno a questo luogo, un segreto che emerge come tutto ciò che è stato sepolto dalle acque del lago artificiale nato con la diga, mentre riaffiora con il calare del livello dell’acqua che segue il ritorno dei morti. Tale segreto sembra incarnarsi nei risorti, i quali si riaffacciano tra i loro cari assolutamente inconsapevoli del proprio passaggio ‘temporaneo’ alla vita eterna.

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Il loro ritorno è dunque, principalmente, fonte di dolore e straniamento. Simon, ad esempio, morto nel giorno delle sue nozze e rimasto un fantasma angosciante per la sua promessa sposa, Adèle, ritorna ora in carne ed ossa portando enorme scompiglio nella vita dell’amata che a seguito della sua morte più volte aveva tentato il suicidio. Il padre e la madre di Camille sono sconvolti e allo stesso tempo elettrizzati, come se il suo ritorno possa cancellare la perdita e riportare alla vita la loro relazione, mentre la sorella gemella, Lena, ormai nella tarda adolescenza, la odia perché le ricorda la rottura del patto di amicizia e sorellanza che le aveva legate sino a poco prima della morte di Camille. Victor, un bambino misterioso che segue e resta con un’infermiera lesbica in passato aggredita da un malato di mente, Serge, è in realtà tornato per farsi giustizia contro gli assassini della propria famiglia.  Assaliti in casa da due ladri, i suoi genitori e il fratellino erano stati uccisi, e così Victor il quale, nascostosi nell’armadio, si era fatto scoprire dal più violento dei due. Troverà il ladro ‘buono’ ancora vivo, ma soprattutto trasformato in Pierre (Jean-François Sivadier), capo della comunità religiosa e del centro di accoglienza e beneficenza che tra gli altri ospita nel paese anche i ritornati. Tutti i ritornati vengono da epoche diverse (Camille è morta da 3 anni, Simon da 7, Madame Costa da 30), tutte successive all’allagamento della valle. Il non detto che però è chiaro sin dalla prima puntata della miniserie è che la vanagloria umana, il senso di onnipotenza che ha deturpato il territorio e che ha ucciso fauna e flora, oltre che il passato delle persone che vivevano nella valle, è all’origine del ritorno. Esso è qui nutrito dal desiderio di vendetta, di riscossione del tributo ai sopravvissuti. Tra le persone morte che tornano c’è lo stesso Serge: egli, non solo aveva attaccato e pugnalato le proprie vittime, per mangiarne il fegato e parte degli organi interni, ma era stato ucciso dal fratello, Toni, perché si ponesse fine ai suoi delitti. Sarà quest’ultimo ad ucciderlo una seconda volta, scioccato dall’idea che egli sia tornato e che possa nuocere ancora, soprattutto dopo la morte per crepacuore della madre. Il confine tra bene e male risulta molto confuso e Toni, che potrebbe sembrare un liberatore, è egli stesso una persona ambigua, tra la vita e la morte, che preferisce uccidersi per paura di non liberarsi mai dello spettro del fratello e delle sue malefatte. Anche il riapparire di Madame Costa, nella cucina del marito, ha conseguenze orribili: quest’ultimo si suicida poco dopo, gettandosi dal ciglio della diga.

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Ciò che sembra mancare nel ritorno è uno schema che si ripete, una periodicità o un evento scatenante, quando invece la narrazione sembra seguire le regole del caso. Lucy, l’amante di Pierre da quando la relazione con la moglie è finita, viene sbranata dal ritornato Serge, ma all’ospedale, ormai creduta deceduta, si rianima, mentre le sue ferite si cicatrizzano alla velocità della luce. Lo stesso vale per Simon, il quale si rianima nella celletta della camera mortuaria, dopo essere stato ucciso dal nuovo compagno di Adèle, il poliziotto Thomas. Teoricamente Lucy, Simon e Adèle (la quale si scoprirà solo alla fine essere una ritornata, morta a seguito di un tentativo di suicidio riuscito) non tornano tutti insieme e tutti nello stesso momento: le loro nuove vite post-mortem sembrano piuttosto il risultato di un processo, dettato appunto dal caso. I morti ritornano insieme ad una fitta nebbia e ad una sospensione del tempo che ha l’effetto di un loop. Alla fine essi verranno reclamati da una massa di ritornati (l’orda) che si nasconde nei boschi, e le famiglie dovranno privarsi dei propri cari una seconda volta. Non che ciò non sia di sollievo per gran parte della collettività: il loro ritorno ha innescato reazioni di rifiuto tra molti dei suoi membri i quali non si spiegano e non accettano che solo alcuni ritornano, e non, ad esempio, i loro cari. Inoltre i ritornati sono una presenza scomoda per l’attitudine con cui si riapresentano ai vivi: non sono estatici o tantomeno portatori di speranza, come si potrebbe pensare siano i ‘risorti’, ma vendicativi, incattiviti per ciò che ‘si sono persi’ mentre erano altrove, chissà dove. Si vendicano di chi è rimasto, di chi non è morto. Tornano perché qualcosa è ancora irrisolto, senza però la pretesa di risolvere nulla. La scena finale è quella dei vivi che vedono la propria valle, all’alba, ricoperta d’acqua, come risultato della vendetta dei morti.

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Ciò che è interessante è la composizione sociale del paese in cui si svolgono i fatti: a parte Thomas, di origine magrebina e Julie e la fidanzata poliziotta, non vi sono molte altre stranezze, né variazione sul tema bianchezza e classe media. L’unica persona che sembra ‘deviare’ è l’ambiguo Toni, uomo di moltagna, cacciatore, ‘naturalmente’ violento e perturbante, omone grasso e bianchiccio dallo sguardo acquoso. E come in In the flesh, l’omosessualità, e ancor più l’omofobia, viene trattata, a ragion del vero, come un qualche cosa che nelle comunità isolate (e non solo) è ancora considerata un ‘rimosso’ con cui fare i conti. In In the flesh uno degli zombie carnefici interni alla propria comunità si era suicidato a seguito della morte sul campo di battaglia del suo amore adolescenziale, figlio di un noto zotico conservatore del paese. Era stato poi rianimato dall’Apocalisse, la quale gli aveva permesso, con l’aiuto dello Stato e di un centro medico specializzato, di fare ritorno a casa e suturare le ferite legate alla sua omosessualità, all’omofobia, e al dolore della perdita. Ciò che appare chiaro è che in entrambi i casi, sia in Les revenants sia in the flesh l’Apocalisse coincide soprattutto con il rimosso della violenza della collettività sui singoli, sulle loro vite e le loro scelte. È l’occasione di rivolta più (In the flesh) o meno sanguinaria (Les revenants) contro le pretese di biocontrollo della comunità sui propri ‘divergenti’. Ma è anche l’opportunità per ‘suturare’ appunto, e riconciliarsi.

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Nel caso del film horror americano diretto da Frank Darabont e tratto da un racconto di Stephen King, The Mist (2007), è la superbia e l’arroganza di chi pretende di controllare l’incontrollabile e l’inintellegibile ad essere all’origine del disastro. In esso una porta aperta dalle squadre speciali dell’esercito su una dimensione ultraterrena riversa sul mondo gli esseri che la abitano, insetti e mostri giganteschi assetati di sangue che sterminano tutti gli umani che non sono al riparo. In The Mist i mostri fungono da espediente per trattare lo scioglimento dei legami sociali, l’assenza di vincoli coercitivi tra le persone come all’origine dell’auto-distruzione della specie. Nel supermercato dove gli abitanti dei paesini attorno al lago vengono colti dalla nebbia fitta che nasconde in sé i mostri, si susseguono una serie di colpi di scena e di perdite umane in un crescendo che svela come il posizionamento delle persone verso il pericolo può essere facilmente deviato dalla paura e della paranoia, che si trasforma in psicosi collettiva. All’atteggiamento religioso che rintraccia nella catastrofe la punizione divina si contrappongono lo scetticismo sia bifolco (facimente convertibile) della working class bianca, sia delle classi alte, ben educate, degli abitanti della città, come l’avvocato nero che abita occasionalmente nella sua casa sul lago, lo scetticismo misto a senso di colpa dei giovani soldati che sanno qualcosa più dei civili tenuti assolutamente allo scuro degli esperimenti militari sulle colline, e lo scetticismo dei savi del villaggio (l’anziana maestra, la giovane maestrina – interpretata da Laurie Golden –, un commesso del supermercato – il magistrale Toby Jones –, l’artista che disegna scenografie, David, e che insieme al figlio sono al centro della narrazione, e un loro anziano amico). Questi ultimi credono solo alla cooperazione e ad una soluzione razionale e, contrapponendosi all’invasata religiosa di turno, Mrs. Carmody (interpretata dalla versatilissima Marcia Gay Harden), non accettano la mistica dell’agnello sacrificale. Si oppongono quindi al sacrificio sia dell’ultimo soldato rimasto sia del figlio di David ed uccidono la santona, scatenando il putiferio.

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Essi credono nella comunità emotiva: tutti per uno uno per tutti di fronte alla catastrofe e chi istilla l’odio deve essere eliminato. In questo film l’amore non salva nessuno – un soldatino finalmente dichiaratosi alla cassiera perde il suo nuovo amore immediatamente dopo, perché punta da un insetto muore deformata per una crisi respiratoria; all’affetto tra David e la giovane maestra viene posta fine dall’estremo tentativo di coloro che sono fuggiti dal supermercato di non cadere in pasto agli alieni. Di fronte all’anarchia fondativa di un nuovo mondo post-alieno, il gruppo degli ‘illuminati’ rappresenta l’opzione anarchica, quella che è scettica verso qualsiasi soluzione sanfedista, che non si fida né dello Stato né della Chiesa e tantomeno dei militari.

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È un’opzione dichiaratamente autodistruttiva che li spingerà al suicidio, proprio poco prima che lo Stato e i militari riprendano il controllo sulla situazione, nebbia e alieni inclusi, dando vita ad una nuova fase di superbia onanistica da parte degli umani. Il suicidio collettivo paradossalmente non avrà il proprio compimento.  David ha solo 4 pallottole e deve mantenere il patto con gli altri passeggeri della sua auto a cui ha promesso non tanto di non lasciarli divorare dai mostri, ma soprattutto di non lasciarsi soli l’un l’altra. Nell’auto con cui tentano di fuggire, così come nel supermercato, è la comunità emotiva che viene privilegiata dagli ‘illuminati’: o tutti o nessuno. L’espediente delle pallottole insufficienti permette al pubblico di essere spettatore, attraverso gli occhi del protagonista, del ristabilirsi dell’Ordine e del Controllo. Ma soprattutto, esso rende fallimentare l’opzione degli illuminati anarchici privando il pubblico anche del sollievo della sottrazione all’attacco dei mostri che la morte collettiva avrebbe potuto dargli.

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Si tratta dunque di una tragedia senza catarsi, in cui la persona che sembrava più folle – la donna che fugge dal supermercato per ricongiungersi con i figli piccoli, lasciati soli a casa – è in realtà stata la più savia – David la vede sfilare su di un camion militare con i figli al suo fianco, mentre lui ha perso tutti, sia la famiglia, sia la comunità emotiva.

One thought on “La paura vien dal lago: la comunità e il suo delirio d’onnipotenza in Le revenants (2012) e The Mist (2007)

  1. Di Stephen King ho letto nell’ ordine:

    Cell
    Joyland
    Christine la macchina infernale
    22/11/’63
    The Dome
    Ossessione
    Carrie
    Le notti di Salem
    Buick 8

    Sono state tutte e 9 delle bellissime esperienze, dei veri e propri viaggi all’ interno di un libro unico, di un mondo sconosciuto, di una mente geniale.
    E, come sempre succede alla fine di un bel viaggio, si é soddisfatti di come é andato, ma si é anche tristi, perché avremmo voluto prolungarlo per sempre.
    Ciò che apprezzo di più di Stephen King é l’ empatia che riesce a creare tra il lettore e i personaggi del romanzo. Ad esempio, mentre leggevo 22/11/’63 mi affezionavo profondamente non soltanto al protagonista, ma anche ai personaggi di contorno. E’ davvero un’ abilità non comune.
    Visto che abbiamo dei gusti letterari in comune, spero che questo mio post (in cui parlo anche di Stephen King) ti dia degli spunti per le tue letture future: http://wwayne.wordpress.com/2013/08/24/la-fine-di-un-altra-era/. : )

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