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di Gabriele Proglio

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Il lessico della contraddizione

366, il numero di corpi in fondo al Mediterraneo, 157 quello dei sopravvissuti. Una strage. Termine, quest’ultimo, che secondo il vocabolario italiano, si usa per l’uccisione di una pluralità di persone. Di stato? Ovviamente, perché esistono leggi precise che impediscono la mobilità di certi soggetti. Un cittadino americano può venire facilmente in Italia, organizzando il viaggio in base alle disponibilità economiche, al tipo di mezzo che preferisce utilizzare. Pensate invece a un somalo, ad un’eritrea…

Dunque, strage di stato. Perché la responsabilità è di chi ha messo donne e uomini in quella condizione così precaria. Ritorniamo, così, alla Bossi e Fini, e, trattandosi di un provvedimento della Repubblica italiana – varato dal governo Berlusconi nel 2002 e poi confermato prima dalla maggioranza di Prodi, da Monti e dall’attuale di Letta – alle responsabilità di gran parte del ceto politico italiano. D’altronde, è dal 1990, con il dl Martelli, che il paese legifera sugli status di chi, attraversando territori e fuggendo dai pericoli, tenta di realizzare il sogno di una vita migliore.

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Ricapitoliamo: numeri, una tradizione infame di ostilità, una strage di stato. A cui si aggiunge lo sciacallaggio mediatico. Non solo quello dei media main stream, alla ricerca di cadaveri gonfi d’acqua, bare e pianti, ma anche di quel “popo(e)letto” della politica che, con le sue tante maschere e nonostante le differenze, è sempre irriducibilmente scandaloso. “Scandaloso”, ossia che è motivo di scandalo. No, qui un primo errore, diffuso. Perché pare, nonostante tutto, che non sia l’eccezionalità della classe politica, il suo essere fuori dagli schemi, a colpire. Piuttosto a risaltare è la sua banalità e le forme in cui è declina,, le maschere di un teatro i cui personaggi sono anche incarnazione di un certo carattere e di precisi immaginari.

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Prendete Umberto Bossi e il leghismo più attento a rappresentare le istanze di quegli apprendisti padroncini per i quali l’immigrazione clandestina deve essere un reato, e va respinta ad ogni costo… ma poi quanto fanno comodo braccia nere nei campi dei bianchi, ossia nuovi schiavi a raccogliere frutta e verdura per due soldi?

E che dire dei rappresentati piddini che, nonostante tutto, continuano a tenere ferma la barra della legge e della sicurezza, quando legge e sicurezza sono, prima di tutto, un problema che riguarda gli italiani. Sulla scia di questa fobia inventarono i cpt, acronimo che sta per centri di permanenza temporanea – si legga carceri per i non italiani. In calce al provvedimento che li istituzionalizzava le firme di Livia Turco e del futuro presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. Quale il crimine? Quello di non essere italiani, per l’appunto. Una tragica anticipazione del reato di clandestinità che sposta il piano giuridico dal commettere un delitto ad uno status giuridico, una forma di ‘non cittadinanza’ che impedisce l’interstizialità dei corpi, delle identità, dei soggetti.

Cinquestelle meglio degli altri? Manco per sogno. L@gente e la democrazia diretta via web non dirimono il nodo  ‘immigrazione’. Taluni, interni al movimento, hanno più volte evocato il trito e ritrito spot “aiutarli a casa loro”. Altri, come Grillo, si sono dimostrati, alla prova dei fatti, incapaci di imporre una svolta anche in questo tema – si ricordino le sue posizioni contro l’abolizione della Bossi-Fini.

Per il popolo della destra berlusconiana, il migrante è nero, ossia negro, sporco, pericoloso, capace di contaminare la bianchezza, di usare la sua carica degenerativa per corrompere la purezza dell’italianità. Sono stupratori di donne bianche o prostitute – ereditando un immaginario coloniale di cui nessuno ha il coraggio di parlare – sono stupidi oppure di un’intelligenza pari a quella dei bambini, sono poveretti inferiori, arretrati, rozzi e gretti, buoni solo per essere comandati.

E allora? E allora tra continuità e contraddizione passa una linea sottile che spesso non è così evidente. Cosa intendo? Mi spiego meglio. Perché lo stato, quella forma politica fatta dai suoi dirigenti di colori e appartenenze diverse, non si comporta di conseguenza? Perché non ha il coraggio di ammettere quanto accade già ora, ossia di affermare che il razzismo è istituzionalizzato per legge e con l’azione, massiccia e permanente, di ingenti forze militari?

Oltre la politica dell’emozione

Wu Ming parla, giustamente, di politica delle emozioni. Non si può che concordare. Un dato che, però, è necessario evidenziare è il ricorso, in modo sempre più intenso in questo tempo crisi, al tema dell’emergenza. C’è sempre un’emergenza a disposizione, per ogni intervento della politica. Lo schema è facile: montare il fatto, farlo supportare dai politici di ogni ordine e grado, poi evocare l’eccezionalità dell’evento, che, in altre parole, sta per un taglio delle responsabilità e implica l’imposizione di misure specifiche da parte del governo. Specifiche ma non speciali perché, uno sguardo più ampio lascia intravedere un filo rosso che restituisce, invece, una coerenza basata sul raziocinio dello sfruttamento e del guadagno di pochi. La politica dell’emergenza è solo un altro modo con cui si impone il dominio dei gruppi politici e finanziari in un preciso momento; è la faccia ripulita di un capitalismo che sa bene da dove, e da chi, trarre ricchezza. L’eccezione, cioè, sarebbe un giustificativo, ossia una sorta di allontanamento dalla norma, dalla quotidianità.

Ma così non è. Perché è solo un altro costrutto posticcio di questi tempi. Torniamo alla tragedia di Lampedusa. Non c’è nulla di eccezionale: è la norma. Perché la norma è scritta su fondamenta precise: la Bossi-Fini. Dunque, è bene chiedersi quali siano i cardini ideologici e culturali che guidano tale coerenza. E da subito scopriamo che siamo dinnanzi all’incarnarsi, nel presente, di regimi distopici. Ma questo non è un fumetto o a un film di fantascienza! Assolutamente no: lo spazio della crisi ha omesso, dal discorso pubblico, la ratio della collettività – si pensi all’assurdità di chi sostiene la TAV in Val di Susa, il Muos in Sicilia in un momento storico in cui milioni di italiani non riescono ad arrivare a fine mese – e lasciato posto a narrazioni di gruppi di potere che sono trasversali ai partiti e fondamentali per la loro esistenza. Si pensi all’intellettuale e al mutamento avuto nella costruzione del presente. Ad esso si sono sostituiti “messaggi vuoti”, ossia discorsi che solo apparentemente radicano l’idea (ad esempio a favore della TAV) in una presa di posizione documentata e rielaborata su certi presupposti ideologici. In realtà, non avviene nulla di tutto ciò, si tratta, il più delle volte, di ruoli, con specifiche battute e atteggiamenti, in funzione dell’interesse da proteggere. Che ovviamente non è quello della collettività. In essi non c’è nulla di razionale se non il legame con quel potere specifico che li alimenta, e anzi, il più delle volte dietro ad essi si celano l’ignoranza e la non conoscenza della realtà, di quella quotidianità che sostengono di conoscere meglio di chiunque altro. La politica delle emozioni, anche quella di bassa lega, ne è una conseguenza.

Quali sono queste distopie? Per esempio quella che vuole l’Italia e l’Europa ridotta a isola. In preda a invasioni continue, che si ripetono nonostante l’impiego di ingenti forze e di sofisticati mezzi. Nulla di più falso. Stando ai dati Istat, tra il 2012 e il 2013 sono arrivati poco più di 127.000 persone. Quanti sono gli emigrati italiani? Ben 245.000! E a ciò si aggiunga che gran parte dei migranti vede l’Italia come terra di passaggio per raggiungere la Francia, la Svezia, l’Olanda, oppure la Germania. Ma l’isolarità fa rima con isolamento, ossia permette, ai politici di turno, di suonare la nota della legalità e dell’ordine, ma anche di lasciare nell’invisibilità migliaia di lavoratori.

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L’altra grande distopia, invece, è quella della contaminazione. I tanti lavori sul colore, e nello specifico la riflessione proposta da “Studi Culturali”, hanno messo in evidenza il rapporto che ancora esiste tra colori, corpi e genealogie di potere. In particolare, la conservazione della bianchezza, in un contesto mediterraneo, è mantenuta attraverso la negazione del meticciato, la sua esclusione dall’italianità, il decentramento di ogni prospettiva di diritto e l’esclusione dalle comunità nazionali. Contaminazione vuol dire eliminazione del potere di ri(generazione) dell’italianità, ma anche occupazione degli spazi e quindi dei luoghi che sarebbero destinati ai soli italiani (il lavoro, la città, il futuro).

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Corpi, memorie e afasie

E arriviamo al funerale. Quello di stato non c’è stato, come inizialmente previsto da Letta. Uno stato che ricorda le vittime delle sue leggi non si è mai visto. Ma, ancora una volta, dobbiamo tenere conto che il “regime” che opprime l’Italia non si basa sulla ragione. E allora cosa vuol dire invocare una celabrazione di stato per uomini e donne uccisi, possiamo dirlo, da una legge dello stato? Significa, prima di tutto, allungare su questi corpi, e poi ancora sulle storie di questi soggetti, un’ombra che li contiene e ne annulla il senso. Sono storie di non italiani in mano all’Italia, forculuse e innestate all’interno ad una retorica della commiserazione e del piagnisteo mediatico.

Come dicevo, un funerale celebrato lontano da Lampedusa, ad Agrigento. In questo caso lo spazio è metafora del tempo e della sua riscrittura. Come se ufficialmente, per lo stato, il momento della celebrazione fosse il modo di delocalizzare il fatto, di spostare l’attenzione da quel mare, di riscrivere la storia e le storie di chi ha perso la vita. Non a caso – e qui sta la continuità con quanto detto – non sono stati ammessi gli amici e i famigliari, i compagni di viaggio, denunciati per il reato di immigrazione clandestina e rinchiusi nel centri. Loro non contano, la loro versione è fuorviante e inutile, se non dannosa. Così come il loro sentimenti. Quelli veri sono solamente delle istituzioni. Il dolore, il lutto, il cordoglio: elementi simbolici che, ancora una volta, rimandano a quel governo distopico su cui premono gli interessi economici e politici.

Corpi cancellati, ridotti a numeri, murati in un cimitero con su una fotografia. Corpi espunti da ogni significato passato, presente, futuro. Annullati, resi invisibili. Oppure ancora diventati rappresentazioni, persi in un plurale deumanizzante – il ‘loro’ dei morti di Lampedusa – o trasformati in un simbolo – la bambina e la mamma uniti dal cordone ombelicale. Se si colloca questo processo in un contesto di più lunga durata, si scoprono le disfunzioni della memoria del paese. Talvolta alcune pagine della storia sono rimosse e sostituirle con vuoti tutt’altro che neutri: si portano dietro immaginari collettivi. Si pensi alle tante consonanze che dicotomicamente oppongono il bianco al nero, il nord al sud, l’Europa all’Africa e che ricadono, in molteplici forme, sui corpi non bianchi. Per citare Fanon il fattore epidermico è culturale. Ma anche di specifiche politiche della memoria. In tal senso, il mausoleo a Graziani è solo l’ennesima prova, nonostante tutto, che la memoria di una storia italiana, italianissima diremmo, può reggere alla dissoluzione del tempo e dello spazio dell’Africa coloniale.

E poi ci sono le afasie collettive. “Io non sono razzista… ma loro”: frase che ritorna sulla bocca di tantissimi italiani. Sono conseguenza di questo impoverimento sociale e culturale, di non aver fatto i conti col passato, di un’erosione della memoria pubblica e culturale frutto di pedestri azioni politiche.

Mare nostrum? Ebbene sì, il lessico, il suo senso – Foucault direbbe la sua discorsività – ma anche i meccanismi di rimozione della memoria ora permettono uno sguardo più nitido. L’azione “umanitaria” è solo l’ultima carta, giocata anche in appoggio agli Usa in Libia, per estendere oltre i confini nazionali, un potere. Quello di controllare la mobilità in Europa e nel nostro paese. “l’Europa muore se resta a guardare” dice Letta. Tutto tragicamente coerente: la fortezza Europa si ciba di quei corpi, di quelle culture, di quelle storie!

 

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