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di Gabriele Proglio

Looper, film diretto da Rian Johnson, esce nel 2012. Andiamo subito alla trama per soffermarci poi su alcune riflessioni che ci paiono di primo piano nel nostro discorso sul post-umano. Pellicola ambientata nel 2044, è la storia di Joe (Joseph Gordon-Levitt), un looper, ossia un sicario che lavora per un gruppo criminale. Fin qui nulla di strano, un tema che abbonda nei polizieschi e nelle pellicole del genere triller. Ma questa è fantascienza e il regista si inventa qualcosa di davvero nuovo: gli omicidi sono commissionati dalla criminalità organizzata a loopers che vivono nel passato. Già, perché nel 2044 è stato elaborato un marchingegno in grado di viaggiare nel tempo ma, visti gli sconvolgimenti che potrebbero derivarne, i governi di tutto il mondo hanno vietato questo tipo di spostamento.

E qui sta lo snodo centrale del film: vietare l’accesso a presenti diversi (quello del passato, del presente e del futuro) ha una rilevanza economica, politica, sociale. La malavita infrangendo questa legge non solo compie un’azione illegale, proibita dai codici sociali, etici e normativi, ma si appropria di spazi e tempi scevri ormai da ogni forma di controllo istituzionale. I loopers sono figure che fanno il lavoro sporco, uccidendo a ripetizione con un colpo alla testa, senza alcun coinvolgimento. La loro paga è in lingotti d’argento: uno per ogni omicidio commesso. Inoltre, i mandanti possono “licenziare” i looper, dopo trenta anni di lavoro, mandando nel passato il futuro assassino. Facendo fuoco l’assassino del passato uccide se stesso nel futuro, chiudendo il loop e iniziando così un periodo, appunto di 30 anni, in cui si abbandona ai piaceri più intensi.

La prima parte del film riguarda l’errore di Seth che fa scappare il proprio loop: non riesce a fare fuoco contro il se stesso del futuro. Questo porta Abe, il mandante, nel futuro per eliminare i due Seth. Joe, in questa vicenda prima aiuta Seth a nascondersi a casa sua e poi lo tradisce, onde evitare che Abe gli porti via tutti i lingotti d’argento. Abe inizia a mutilare il corpo di Seth: in questo modo il Seth del futuro si vede scomparire, di volta in volta, un dito, poi una mano, e quando trova Abe per sistemare le cose, questo lo uccide, o meglio uccide entrambi i Seth.

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La stessa sorte tocca al loop di Joe: anche questo riesce a fuggire. Poi, però, la fuga dagli scagnozzi di Abe porta i due a parlare. Il vecchio Joe riferisce che nel futuro c’è un nuovo signore dei looper: lo Sciamano. Ha fatto fuori gli altri boss della criminalità con poteri psichici, usando una violenza inaudita e chiudendo tutti i loop. All’epoca in cui i due Joe si parlano è ancora piccolo: entrambi convergono sul fatto di eliminarlo. Tre sono i possibili bambini da fare fuori. La conclusione ancora una volta è un loop: il giovane Joe trova lo Sciamano, si chiama Sid e vive con la giovane madre, Sara, in una fattoria. Capisce che Sid ha acquisito certi poteri proprio perché lui (Joe) ha ucciso Sara e, a questo punto, si fa fuori.

La trama credo dia importanti spunti di analisi sul rapporto dei corpi con gli spazi e i tempi, ma anche di come questi ultimi siano profondamente legati a statuti epistemologici che ne determinano gli andamenti. C’è di più, mentre il viaggio nel tempo, fin dai romanzi di Asimov, prevedeva la costruzione di dimensioni parallele, che escludevano un qualsivoglia contatto, nel modello Looper i tempi – e dunque gli spazi – sono multistratificati e interdipendenti. Questo conferma il paradigma della relatività, dei tanti tempi contemporanei: che vuol dire sia  quelli dei due Joe rispettivamente nel 2074 e nel 2044, sia dei due Joe nel 2044 alla caccia di Sid.

Tale ragionamento porta a interessanti riflessioni. Se è attraverso il corpo, e al suo posizionamento, che si inventano gli spazi e i tempi, allora, dinnanzi all’escamotage cinematografico del salto nel tempo, si liberano i concetti di ‘vecchio’ e ‘giovane’ da collocazioni temporali (futuro/passato). L’invecchiamento di un corpo è, cioè, un dato biologico vissuto a prescindere dal punto temporale in cui ci si trova. Questo elemento mi pare di rilievo, non solo perché, proprio come in popolarissimi film quali Ritorno al futuro e Star Trek, un intervento nel passato può modificare sensibilmente quel presente da cui i personaggi vengono. Ma anche perché la possibilità di muoversi nello spazio, e dunque tra i tempi, può incidere profondamente sui corpi.

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Al punto che proprio questo elemento, lo spostamento come cambiamento, è attribuito un valore sociale, etico e non ultimo economico. Tutti gli stati, si dice all’inizio del film, hanno vietato la pratica. L’imposizione di questo veto mi pare raffigurare quello presente legato alle migrazioni, alla libera circolazione dei corpi. Queste ultime, proprio come nel film di Johnson, indicizzano nuove forme di spazio e nuovi tempi che cadono liminarmente tra normativa e azione degli stati. Il paradosso, proprio come in Looper, sta nell’usare il confine – quello europeo-nazionale nel caso delle migrazioni; quello tra tempi diversi nel film – in molteplici modalità. Non ultima quella biopolitica: i looper fanno il lavoro sporco, eliminano quei soggetti che hanno tradito la fiducia dei boss, ossia, che hanno provocato una perdita economica. I respingimenti operati e le espulsioni si basano su criteri simili: vietando l’ingresso a quei corpi che non sono coniugabili con un’inclusione differenziale o che, d’altro canto, hanno contraddetto o infranto i modelli di sfruttamento decisi a priori.

Così il proprio ‘io’ che va fatto fuori per chiudere il loop, per guadagnarsi i 30 anni di paradiso, ha una duplice simbologia. Potrebbe essere metafora di una condizione sociale in cui l’esclusione e l’alterizzazione non riguardano solo più la provenienza, il colore, il genere, ma veri e propri percorsi di vita che sono finalizzati a utilizzare i corpi per interessi nazionali o personali. Prende piede, in tal senso, l’ipotesi di un mondo biopolitico che non si limita alla costruzione dei profili dei soggetti che dovranno alimentare l’economica, ma arriva a progettare veri e propri itinerari, deumanizzando il soggetto.

D’altro canto, il soggetto che sfugge ai progetti del suo stesso ‘io’ – per intenderci il Joe del 2074 dinnanzi a quello del 2044 – è emblema dell’incapacità, nonostante la forza simbolica, politica ed economica del potere (il boss nel film, lo stato per le migrazioni), di arrestare il processo di significazione dei soggetti. Intendo, cioè, che Joe, come molti altri invisibili, elude i dispositivi di controllo e di gestione del senso, di produzione del tempo e dello spazio, e pare essere capace, muovendosi tra gli interstizi delle realtà conosciute, di tenere in scacco il mondo intero, lasciando dietro di sé macerie di simboli e norme.

Trailer del film:

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