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di Gaia Giuliani

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Nell’attesa di leggere la trilogia spagnola Apocalisse Z, con cui vorrei confrontare questo film, la recentissima visione della pellicola di Marc Forster prodotta dal protagonista Brad Pitt, mi spinge ad alcune riflessioni sui temi che sono trattati in un prodotto culturale sicuramente ben fatto, spettacolare e ricco di tensione ma che non si nutre affatto di ciò che la tematica zombie pone sempre in primo piano: l’elemento intimista del conflitto per la vita tra i sopravvissuti e coloro che un tempo amavano, trasformati, per varie ragioni, in persecutori e cannibali senza vita.

Riprendo dunque il titolo della famosa opera cinematografica del gruppo inglese Monty Python parafrasandola per insistere su questo aspetto: il film di Forster parla di mutazioni, non di non-morti. Parla di apparentemente-morti: di infetti dormienti che si svegliano solo quando è ora di ‘mangiare’. Non è un caso che i titoli di apertura siano accompagnati da una serie di voci fuoricampo (televisive o radiofoniche) che riferiscono degli effetti dell’uomo sul pianeta in termini di global warming, epidemie, pandemie, trasformazioni mortifere delle risorse, ecc. Questi riferimenti iniziali sembrano voler alludere che l’origine dell’epidemia di cui tratta il film non è riconducibile ad un’Apocalisse come evento trascendentale (come nel caso di In the flesh o di 28 giorni dopo o di Walking dead) ma all’opera della natura in risposta all’agire nefasto dell’uomo e della sua tecnologia sul Pianeta. Come nelle pellicole che seguono la metamorfosi del non-morto in mutante infetto (a partire da 28 giorni dopo) anche qui, infatti, i non-morti non escono dalle tombe, richiamati dalle trombe di Giovanni, ma si originano dall’infezione (come nel caso dei mutanti di Io sono leggenda) che dilaga attraverso il morso o il contagio biologico. La questione non è dunque il ritorno dei cari sotto le stesse spoglie ma profondamente mutati in non-morti che non hanno più relazioni affettive e tabù nei confronti dei loro cari, ma la mutazione come allegoria della sconfitta degli umani nella loro ‘guerra di dominio’ contro la natura (come in E venne il giorno) definita qui come il ‘miglior sicario’.

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Poche scene, infatti, tra cui quella della famiglia latina che ospita la famiglia di Pitt/Gerry Lane nella loro fuga da una Philadelphia ormai invasa e ‘persa’, prendono in consegna le conseguenze emotive della trasformazione di persone ‘amate’ o ‘conosciute’ in persecutori cannibali. Anzi il tema è volutamente sottaciuto: la figura del bambino che ad essa sopravvive e che raggiunge la famiglia di Gerry Lane sul tetto per essere tratti in salvo da un elicottero federale non è mai, a partire dalla scena in cui il padre e la madre tentano di sbranarlo, caratterizzata dal lutto per la trasformazione dei propri cari. In realtà l’aspetto della tensione emotiva ed intimista data dalla paura della perdita (della mutazione e quindi della morte) è riservato esclusivamente ai cari di Gerry sempre e solo alla sua famiglia bianca, direi bianchissima. Anzi, lo struggimento della moglie e delle figlie, abbandonate all’economia di guerra e alla ‘gestione dei rifugiati’ da parte dell’esercito americano che isola i sopravvissuti su di una piattaforma in mezzo all’Atlantico, è il filo conduttore di tutto il film: perché la paura della perdita è, in realtà, esclusivamente la paura della perdita del capofamiglia, Gerry, l’unico che sembra in grado di ‘proteggere le sue donne’ (moglie e due figlie di cui una affetta da asma) e l’umanità intera. Lui, è, infatti, l’unico dei quattro che, nella narrazione cinematografica, viene esposto al rischio di mutazione più e più volte (è lui il guerriero in battaglia, le sue donne, senza di lui non valgono nulla). Come all’inizio, per paura di aver bevuto sangue infetto si sporge dal cornicione del tetto dell’edificio per uccidersi, nel caso di mutazione, ed evitare di divenire il persecutore dei propri cari, così in altri momenti del film egli si espone al rischio, in realtà perché sa che le sue donne sono già sull’elicottero che le trarrà in salvo, o perchéle sa salve sulla piattaforma dove sono rifugiate e protette da altri uomini armati. Anche il dolore di Pierfrancesco Favino, che interpreta un medico del’Organizzazione Mondiale della Sanità e che a perso a Roma moglie e figlio (per l’esattezza la moglie gli ha sbranato il figlio), non conta granché di fronte all’eroe Lane e viene liquidato da Lane con un accorato ‘mi dispiace’ e finita lì.

Il protagonismo femminile in questo film semplicemente non c’è. A differenza di molti plot innovativi in cui il coraggio non appartiene solo a uomini bianchi eterosessuali e padri di famiglia, qui esso è solo sussidiario all’azione di Pitt/Lane, come nel caso della soldatessa Segen dell’esercito israeliano a cui salva la vita mozzandole la mano infettata.

L’elemento affettivo è così ridotto alla sola figura di Lane e, per estensione, della sua famiglia, che alcune scene che ritraggono il giubilo degli scampati rischiano di diventare grottesche e sensibilmente fuori luogo. Mi riferisco ai canti intonati dai molti ebrei e i pochi palestinesi che sono riusciti a rifugiarsi a Gerusalemme, mentre fuori dalla città i cari degli uni e degli altri sbranano parenti e vecchi colleghi, vicini di casa e amici. L’esistenza di un nemico comune permette la coalizzazione tra chi si era fino a quel momento odiato: vero. Ma chi è rimasto fuori dal muro – in quell’area normalmente conosciuta come Palestina – sono soprattutto i palestinesi da decenni confinati in zone liminali afflitte da povertà e assenza di mezzi di difesa se non quelli degli eserciti autorganizzati. Ciò non toglie che le scene relative alla visita di Pitt a Gerusalemme siano le più interessanti da punto di vista simbolico e scenografico.

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Là i muri costruiti per dividere territori occupati e Palestina sono stati rinforzati, moltiplicati e resi ancora più alti per difendersi dagli zombie: ma, come in E venne i giorno, le barriere costruite dall’uomo non possono nulla contro la furia della natura. E dopo The impossible (2012) sulla potenza devastatrice e incontenibile dello Tsunami, ormai si sa bene come rendere l’effetto. È l’effetto speciale della marea di zombie che correndo uno sopra l’altro arrivano a costruire una piramide di carne che riesce a scavalcare il muro di protezione gettando i cannibali sopra gli umani in fuga a ricordare la descrizione visiva dello Tsunami nel  film sulla catastrofe naturale del 2004.

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Le immagini dall’alto della marea infetta che devasta tutto, della sua corsa sanguinaria, tanto assomigliano alla medesima inquadratura dall’alto della violenza e della velocità distruttrice dell’acqua. Ci si potrebbe addirittura spingere a paragonare questi effetti, nel ribaltamento tra buoni e cattivi, tra progresso e regresso, tra vittoria e sconfitta, tra alto (chi sta negli aerei non è più l’imperialista che attacca ma la vittima) e basso, alle riprese dall’alto in film di guerra che hanno fatto storia e hanno segnato un modello di sceneggiatura per la cinematografia a venire come Apocalypse now (1979) e Full metal jacket (1987) nelle sue riprese aeree sulla popolazione civile in fuga. Solo che ora sono i potenti della terra, i popoli ricchi del Nord del mondo, i bianchi imperialisti a fuggire rincorsi dai nuovi cannibali infettati da un virus che, non a caso si è sviluppato da qualche parte nel cosiddetto Sud del mondo.

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Gerry Lane è un ex funzionario dell’ONU, un inutile non-soldato, che sa sfuggire e sopravvivere a situazioni di guerra micidiali e incontrollabili: proprio in funzione della sua capacità di sottrarsi al pericolo viene richiamato da un ex collega perché accompagni uno spavaldo e giovanissimo virologo indiano ricercatore a Harvard a cercare l’origine, e dunque la cura, dell’epidemia. È un non-soldato la cui figura, come quella dello scienziato, allude alla necessità di armi, ma ancor più di cervello, per assecondare sino a sconfiggere la natura con i suoi stessi mezzi. Gerry Lane/Pitt è qui il protagonista di un’epopea anti-progressista che trova una soluzione alla fine certa inoculando nei sopravvissuti i virus mortali da cui il progresso scientifico e tecnologico mondiale avrebbe voluto salvare l’umanità. Nell’osservare le masse cannibali mentre investono gli umani, egli scopre, infatti, che gli zombie non attaccano coloro che sono malati per evitare di cibarsi di esseri corrotti e infetti. Ciò conferma la natura mutante (e non di zombie) degli infetti: nonostante la dicitura di non-morti, ad essi vengono attribuite caratteristiche di esseri vivi e vegeti e pure intelligenti, di animali che seguono il proprio istinto di sopravvivenza. Pitt comprende così che solo un ritorno al medioevo biologico e alla connessa vulnerabilità dell’essere umano alle pandemie (viene citata l’ultima pandemia diffusasi in occidente, la Spagnola che uccise tra il 1918 e il 1919 3 milioni di persone) può ‘salvare’ l’umanità dalla nuova epidemia mondiale.

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Lane si ricongiugerà infine alla famiglia, nascosta, isolata e protetta in Nuova Scotia, lasciandoci con la laconica frase «la guerra è appena cominciata», una guerra che non si sa più contro chi e per che cosa: la sopravvivenza del pianeta, l’estinzione del genere umano, il mondo consegnato a batteri e virus, la salvezza degli eletti, la vittoria finale della natura.

One thought on “The meaning of (mutant) life. World War Z – il film (USA, 2013).

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