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di Gaia Giuliani

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Codice 46 – article 1

Any human being who shares the same nuclear gene set as another human being is deemed to be genetically identical. The relation of one are the relations of all. Due to IVF, DI embryo splitting and cloning techniques it is necessary to prevent any accidental or deliberate genetically incestuous reproduction. Therefore:

1. all prospective parents should be genetically screened before conception. If they have 100%, 50%, or 25% genetic identity, they are not permitted to conceive.

2. if pregnancy is unplanned, the foetus must be screened. Any pregnancy resulting from 100%, 50%, or 25% genetically related parents must be terminated immediately.

3. if the parents were ignorant of their genetic relationship then medical interventionis authorised to prevent any further breach of code 46.

4. if the parents knew were genetically related prior to conception it is a criminal breach of code 46.

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Questi sono i commi del Codice 46, che dà il titolo ad uno splendido film di Michael Winterbottom (GB, 2003), una storia d’amore nello scenario futurista di un mondo che è ricalcato sulle visioni antropologiche catastrofiche suggerite da Mike Davis, da Saskia Sassen e dalle descrizioni apocalittiche degli esiti del climate change.

Il mondo globalizzato descritto da Code 46 è diviso tra insediamenti urbani supertecnologici fatti di cemento, cristallo e acciaio (vere e proprie cattedrali nel deserto sul modello di Abu Dhabi e Dubai) e distese interminabili di sabbia e calura insopportabile. Questa linea spaziale è anche una linea antropologica: chi può viaggiare tra tutte queste città identiche, fondate sugli stessi regimi biopolitici di controllo delle frontiere, delle persone e delle forme di vita, sono solo coloro che hanno il ‘papel’, il tesserino o copertura, che viene prodotto in una fabbrica di Shanghai e concesso in conformità a normative approvate ed applicate su scala globale.

La sperimentazione genetica è una forma di tale controllo biopolitico: le persone sono clonate o fabbricate da corredi genetici disponibili e venduti in tutto il mondo cosicché si possono avere parentele genetiche tra chi vive all’interno delle città-nel-deserto ai quattro punti cardinali. Per evitare che le persone possano mandare in malora l’equilibrio genetico globale è loro vietato di procreare se hanno un livello di parentela genetica del 100-50-25%. Diviene praticamente impossibile procreare legittimamente e legalmente al di fuori del vincolo matrimoniale che è l’unico che accerta la totale estraneità genetica dei coniugi, o al di fuori di rigidi controlli medico-genetici. La superiorità della specie è dunque garantita dal codice 46 all’interno di uno spazio fisico e normativo che separa le persone stabilendo profonde linee di genere, classe, colore, provenienza territoriale e appartenenza culturale.

Questo è immediatamente chiaro sin dalle prime immagini del film, quando William Geld – un controllore che si è fatto impinatare il virus dell’empatia e grazie a questo riesce a leggere nella mente delle persone per sapere se dicono o meno il vero – arriva a Shanghai attraversando un’immensa e piatta distesa di sabbia in cui vivono tutti i diseredati che non hanno la copertura per entrare nella città. Mentre l’autista dell’auto blu che lo porta dall’aeroporto a Shanghai è evidentemente giapponese, il primo incontro di Willam è con un uomo che potrebbe sembrare afgano, un venditore ambulante, parrucchiere e factotum, che mentre tenta di vendergli qualsiasi cosa, gli chiede una copertura per entrare.

In realtà la mescolanza del linguaggio – il linguaggio internazionale che viene utilizzato nel mondo globalizzato è un misto di differenti termini in spagnolo, cinese, arabo incollati nel tessuto della lingua inglese – ci racconta l’impossibilità di creare distinzioni nette tra le persone, anche quando sono geneticamente uguali o differenti. Così vale per l’emotività delle persone: Maria Gonzalez (Samantha Morton) sa di conoscere William (Tim Robbins), sa che lui è l’uomo che il destino le avrebbe fatto incontrare il giorno del suo compleanno, secondo la profezia del sogno che ripetutamente fa la sera antecedente il suo compleanno. Destino, amore, caos, casualità, sovversione soggettiva della norma? Queste due persone non possono resistere: lui mente al direttore dell’azienda che produce i ‘papel’ perché scopre immediatamente dopo il colloquio con lei che è Maria la ladra che li falsifica per venderli al mercato nero. Lei sa perfettamente che lui cambierà il suo destino (e molto probabilmente la distruggerà) – può fregarla sul lavoro, mandarla al confino a fuera (là fuori, nel deserto), abbandonarla per tornare dalla moglie. E potrebbe avere il suo stesso corredo genetico – William scoprirà che le immagini della famiglia di Maria (che dice di non aver conosciuto i veri genitori) che ha in un file su una sorta di ipad ante-litteram sono stati fabbricati per darle una biografia in cui lei possa credere. Lei ha lo stesso corredo genetico della madre di William perché la madre di lui era uno di 24 bambini clonati da uno stesso embrione. Anche William è stato concepito in vitro. L’amore si scatena, non possono resistere: lui riparte, torna dalla famiglia a Seattle (città che non si vede mai), ma deve tornare a Shanghai perché l’azienda produttrice dei ‘papel’ scopre che lui non ha denunciato il ladro: dapprima non vuole tornarci perché non vuole rivederla, poi la cerca, per scoprire che se n’è andata in congedo per ‘problemi fisici’. La gravidanza che Maria aveva iniziato era stata scoperta (viene costretta ad una ‘pausa di felicità’ in una clinica: non solo le provocano un aborto ma le cancellano la memoria recente in modo che le dimentichi non solo lui ma i propri sentimenti). La sottrae alla clinica e la riaccompagna a casa, sta con lei, ma la mattina fugge verso l’aeroporto per tornare di nuovo a Seattle: peccato che il suo ‘papel’ per restare a Shanghai è scaduto, non lo fanno partire. Torna da Maria che gli pormette di rubare per lui un ‘papel’ che lo copra per il rientro: eppure al lavoro l’hanno spostata ed è faticosissimo riuscire ad ottenerlo. Ce la fa: ma mentre torna a casa, nella metropolitana comincia a ricordare, ricorda tutto, ricorda l’amore, ricorda la gravidanza. Va all’aeroporto e gli consegna la copertura di sola uscita e valida solo per quel giorno. Quando glielo dice, che si ricorda tutto, lui non vuole più partire. Prendono un aereo, vanno a fuera, dove ancora si può vivere alla luce del sole. Si tratta di una località del Medio Oriente o del Nord Africa. Restano così sospesi in uno spazio-tempo ‘out-there’ che è immaginato al di fuori del capitalismo e delle sue regole di selezione, produzione e riproduzione. Riescono anche a sconfiggere il virus ‘anti-William’ che le hanno inoculato e che non le permette di stare con lui. Restano insieme fino a quando, proprio grazie al virus anti-William, lei lo denuncia per violazione del codice 46. Prendono una macchina e William la convince a fuggire. Ma hanno un incidente e lui viene sottratto. Gli verrà riservata la stessa cancellazione della memoria – non ha mai conosciuto Maria, non è mai stato in Medio Oriente. Verrà rimandato dalla sua famiglia. Ma anche in questo caso, se lui non potrà più ricordarla, lei, ormai confinata a fuera, non dimenticherà più. Lui back to the golden world, circondato dalla famiglia e dagli affetti, lei back to the desert, sola, mentre cammina a piedi nudi nel deserto. Lei con il suo cognome latino si muove faticosamente sulla terra arida, lui nel suo appartamento di Seattle è proiettato verso il cielo, verso quell’annullamento dello spazio-tempo che è proprio del mondo globale e che gli permette di muoversi potenzialmente senza limiti.

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Questo film, in un certo senso datato – dieci anni sembrano veramente un’eternità – rappresenta una di quelle narrazioni distopiche in grado di scatenare emozioni molto forti – il senso di disagio per la condizione di disparità che vivono le persone, il senso di speranza che scaturisce dalla sovversione creata da una relazione inaspettata e che ha effetti non solo per la coppia, ma anche per le persone che riescono ad avere il ‘papel’ di contrabbando, il senso di smarrimento e dolore quando le cose si mettono male, come nel caso del ragazzo che procuratosi un a copertura muore dissanguato a Delhi, l’empatia per la disperazione delle persone che vivono a fuera, la claustrofobia per un mondo vissuto solo dentro gli spazi chiusi e protetti dal sole.

Pensiamo al precedente Gattaca (USA, 1997), il capolavoro di Andrew Niccol sull’eugenetica e la selezione della specie per adempiere ai ruoi sociali superiori – dalla ricerca scientifica, allo sport alle attività aerospaziali. Nel caso di questo film, l’amore tra due unfit divenuti parte dell’élite attraverso stratagemmi diversi (nel caso del protagonista Vincent Freeman [Ethan Hawke], attraverso una simulazione genetica, il furto dell’identità di Jerome Eugene Morrow [Jude Law] costretto su una sedia a rotelle per un incidente, e molto allenamento) rompe le norme che definiscono l’accesso e la vita dentro l’élite. L’amore in questo caso trionfa, sino a spingere i due amanti a rinunciare alla vita che avevano sempre desiderato e per cui avevano lottato. Si tratta di una favola a lieto fine, perché sovverte il pensiero gerarchico ed eugenetico su cui si impianta tutta la vita sociale, famigliare, professionale ed emotiva. Era il 1997 e oggi quel che ci resta di queste prospettive futuriste, tristi (Codice 46) e speranzose (Gattaca) è il noiosissimo Upside Down.gattaca2

La sceneggiatura di questa produzione recentissima (Juan Diego Solanas, Francia-Canada, 2012) doveva essere straordinaria e avrebbe potuto regalarci un film eccezionale, ma non è accaduto. L’idea dei due mondi, uno sopra l’altro, ma capovolti, che esercitano un proprio campo gravitazionale sulle cose e le persone tale per cui se uomini e donne migrano verso il mondo ‘di sopra’ o ‘di sotto’ mantengono la propria soggezione al campo gravitazionale di provenienza, poteva sortire un’opera veramente originale. Invece ne risulta una favoletta, dalla fotografia stupenda e suggestiva, a metà tra il fantasy e il sci-fi, con un pizzico di critica sociale alle essenzializzazioni inferiorizzanti (il mondo ‘di sotto’ è quello dei miserabili, in quello ‘di sopra’ alberga il lusso e la serenità). L’amore vincerà, anche questa volta, dando la prova della possibilità non solo di convivere senza essere separati, ma anche di procreare tra persone dei due mondi.

La questione della procreazione, se confrontata con l’articolazione geniale che ne viene data in Codice 46, è qui banalmente resa come luogo della riprova della vicinanza (genetica-biofisica, emotiva) tra gli esseri umani (tutti e due bianchissimi). Là era la riprova dell’impossibilità di contrastare il biopotere: alla domanda di William se il «bambino è stato interrotto», l’infermiera risponde «non c’era alcun bambino: la gravidanza è stata interrotta» e dalla memoria è stato rimosso un ricordo molto «localizzato: il luogo, l’atto sessuale e la gravidanza». Qui, a prescindere da qualsiasi considerazione sullo statuto assegnato al feto, ciò che viene negato è l’universo emotivo attorno alla gravidanza, che in questo caso era stato il risultato inaspettato di un incontro affettivo e passionale unico e importante per le vite dei protagonisti.

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La banalizzazione della gravidanza in Upside Down è un po’ come la riproposizione della favolina che il senso comune tenta di ripristinare in un mondo in cui i rapporti umani sembrano esplosi o impossibilitati dagli stili di vita, dalle differenze di status, dalle condizioni di vita che l’ipercapitalismo ci impone: l’amore vince ogni cosa e la gravidanza (in questo caso di ben due gemelli) è la riprova di questa legge universale.

Più come visione del mondo umano come incessante manifestarsi di forme di resistenza al biopotere che riescono talvolta a fratturarne gli schemi e i dispositivi, disponendo però, ahimé, la ristrutturazione stessa di quel sistema in un regime normativo anche più forte, l’affresco di Codice 46 è un racconto foucaultiano postmoderno, futuristico. In esso le forme del controllo, anche quando sconfitte, si rigenerano sempre e ti fanno soccombere.

Nemmeno la cordialità del mondo arabo che accoglie i due fuggitivi dando loro un luogo discreto dove poter essere amanti per l’eternità può cancellare la consapevolezza che ‘Maria odia il deserto’ e quando a scuola guardava e studiava Willie il Cojote e Bee Bip doveva guardare altrove per non stare male.

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