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di Gabriele Proglio

Effetti speciali e visioni fantaschientifiche? Certo, ma non solo. O meglio, in sala, tolti gli occhiali 3D, rimane qualcosa, e certo non è il ricordo del solito tipo americano, spaccone e strafottente. Insomma Tony Stark (Robert Downey Jr.) è, come ogni supe-eroe, il centro della narrazione, ma anche il suo contrario, quel lato cupo, “scuro” direbbe Lucas, che ci interessa. Non per una sorta di morbosità voyeristica che vorrebbe scoprire, in un mondo parcellizzato e dedito alla solitudine, i vizi del vicino di casa più famoso d’America. Che Stark sia un maschilista, egocentrico è dato per assodato. Dunque?

Bhé, partiamo dall’idea di super-eroe. Non un eroe come altri, né Cesare né Alessandro che conobbero la fama con le proprie gesta. Neppure uno cantato nei poemi epici, un Ulisse o un Enea dei nostri tempi. Il super-eroe eccede l’idea di uomo, nel senso che ne amplifica le forme fino a determinare un surplus di significazione che permette, questo sì, di risolvere ogni soluzione, anche la peggiore, quella impossibile all’uomo-individuo e all’uomo-collettività.

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Spostare oltre questa soglia porta, inevitabilmente, ad enfatizzare non solo i lati positivi – per modo di dire, ovviamente: si tratta delle qualità che servono per diventare famosi – ma anche quelli negativi; dove “negativi” non è sinonimo di pessimi, nefasti, sbagliati, ma da celare, silenziare, lasciare da parte, evitare di rendere noto tanto al pubblico quanto nel privato. Dunque, leggendo il film in questa seconda direzione si scopre un’America tutt’altro che pacifica e pacificata, politically correct e capace di vagliare piani di aiuto e sostegno al mondo intero. Tutt’altro: l’effetto contrappuntistico del film, che si regge appunto sulla dicotomia uomo-supereroe, porta in auge gli States della crisi economica e della paura post-11 settembre.

Stark in questo episodio della saga combatte contro uno scienziato che intende conquistare il mondo con un esercito di uomini mutanti e prima ancora con il terrorismo mediatico del Mandarino, un facsimile, sbiadito e posticcio, di Osama Bin Laden. La trama non offre spunti di originalità: Stark si trova senza più Iron Man, a combattere con la forza dei muscoli e l’ingegno i cattivi, a riprogettare l’armatura in vista dello scontro finale che, dopo aver salvato il Presidente da un attentato a bordo dell’Air Force One, avviene in mare aperto, su di una piattaforma galleggiante.

Paure, ansie e falsità della guerra

Vorrei evitare di finire come il pomposo critico zazzeruto di Zerocalcare con discorsi che si accartocciano su se stessi, e su un’analisi solo cinematografica del lavoro. A partire da questo proposito, mi interessa, in questo pezzo, mettere a fuoco le consonanze tra gli States e il film, indagando quel lato meno appariscente del film, più nascosto ma ugualmente importante, anzi direi fondamentale.

Stark, confessa all’amico James Rhodes/Iron Patriot (Don Cheadle) che dopo l’11 settembre tutto è cambiato. Eppure Stark, nel frattempo, ha avuto a che fare con la furia degli dei e con alieni rabbiosi, con megalomani squilibrati e possibili ecatombi di portata planetaria. Insomma, non ha solo frequentato party e fatto la ‘bella vita’, spiaggiandosi alle Hawaii o in California. La sua bipolarità, su cui gioca il meccanismo del super-uomo che diventa super-eroe, ne è stata intaccata, colpita in modo irreversibile. Stark è metafora dell’uomo che si trasforma, che si-fa-da-sé fino a diventare un altro, migliore e più potente: non è altro che il sogno americano. Per questo è in frantumi, crollato dall’alto in basso, insieme alle Twin Tower e non riesce più a trovare l’energia per combattere altri nemici.

Rimane indelebile il segno di questo passaggio che ha colpito un simbolo dell’America e il cui riverbero pare abbia attraversato le coscienze degli americani, dissipando quell’idea di “paese promesso” che dai pellegrini fino a Clinton aveva inteso il territorio a stelle e strisce come luogo in cui tutto era possibile. Questo ovviamente da un punto di vista ideale – sappiamo bene quali furono le politiche nei confronti delle minoranze e quanto solo le lotte scardinarono un sistema rigido e profondamente elitario.

Per la verità, tornando alle fobie di Stark, non si tratta della morte del mito, ma del suo declino inesorabile, della sua riduzione a semplice immagine: è la statua della libertà, o quello che ne rimane, in The Day After Tomorrow. Stark è Don Chisciotte, combatte contro un mulino a vento, a cui però il regista, o meglio l’impero Marvel, ha la magnanimità di dare un corpo: il mandarino. Egli rappresenta le forze del male che hanno dissolto per sempre l’immaginario di potenza, di quella ‘democrazia’ che ha costruito, nei secoli, un’egemonia militare, politica, economica nel mondo, scatenando guerre e imponendo la linea del Washington Consensus.

Quell’America è morta. Non certo per una guerra, sotto l’acciaio incandescenti delle due torri, ma lungo un circuito mediatico che, in modo del tutto imprevisto, ha fatto da cassa di risonanza per ciò che sembrava impossibile: una visione di distruzione nel pieno centro del mondo. E come ogni territorio, e la logica del suo costruirsi, caduto il centro operoso di Manhattan, è venuto un equilibrio non solo americano, ma planetario, oserei dire geopolitico.

Il “terremoto mediatico” ha rimesso in discussione i confini del mondo, la produzione di senso e la sua articolazione nei continenti e negli stati, nelle città, nella definizione dei corpi e per ciò che concerne le identità culturali. Insomma, la sfida di Stark è, prima di tutto, contro se stesso, così come quella degli Usa è, all’indomani della catastrofe mediatica (prima che umana) dell’11 settembre, di riconquistare un centro.

Mister Stark diventa Tony, un qualsiasi Tony di una qualsiasi cittadina degli Usa. E si ritrova, a distanza di anni, da spaccone a nullatenente: la sua reggia, costruita con i risultati di una vita, viene distrutta da loschi figuri che sembrano essere più esecutori di uno sfratto che terroristi. Certo, arrivano in elicottero e sparano tutti i missili possibili nella frazione di tempo data loro dal regista, ma non fanno paura. Non loro, quanto le conseguenze che portano con se. Viene alla mente il crack finanziario della Lehman Brothers e l’onda d’urto che mise sulla strada milioni di americani, ovvero quel declino dell’impero che Bruno Cartosio e Gilbert Achcar hanno più volte messo in evidenza.

La fuga di Tony lo porta, suo malgrado – nel senso che è l’armatura a fare tutto – in Illinois. La rottura che ha base nel sistema provoca, dunque, ripercussioni sul piano soggettivo, mandando in fumo la vita dell’uomo e la potenza di Iron Man. La caduta è tanto trionfale, quanto banale: Tony si trova nell’immensa pianura americana, senza più nulla. E si affida ad un ragazzo, di una quindicina d’anni: sua madre fa i turni al fast food del paese; il padre lo ha abbandonato tempo addietro.

In questo quadro, Tony continua ad avere paure, le immagini del nemico non sono messe a fuoco: quelli che prima erano sogni ora diventano oggetti di una realtà così diretta da non essere accettata, si trasformano in ansie. E quindi Tony, ridotto nuovamente a uomo, ha crisi di panico. Il leit motiv con cui il Mandarino esordisce nei suoi messaggi al Presidente Usa è la spiegazione: immagini di rivolte e disordini, uomini con kefie e fucili puntati, in una sequenza rapidissima che esclude ogni trama: il “blocco” televisivo nel suo complesso è il senso ultimo: il caos.

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Si scoprirà solo dopo che il vicepresidente è implicato in un progetto ben più ambizioso della distruzione del mondo: il suo assoggettamento. Il mandarino non è un novello Bin Laden in salsa cinese, ma semplicemente un attore, passato dalla dipendenza di sostanze a re di un set televisivo. E tutto il resto, immagini, proclami, perfino l’uccisione di un uomo sono finzioni. Così, tornando al nostro paragone – Stark quale spirito dell’americaness – solo attraverso la visione del corpo del nemico si riesce a recuperare la padronanza del proprio sé; solo mostrando che dietro quella barba si nasconde un uomo misero e un po’ stupido, l’idillio americano inizia a rivivere, in Tony, in Stark, in Iron Man. È l’equilibrismo di un sogno imperiale che vuole conquistare le vette dell’Olimpo piegando i nemici che di volta in volta gli si parano dinnanzi: è un’economia immaginativa che verte sull’eliminazione o l’oscuramento delle altre voci: first, Usa!

Amnesie e risignificazioni del terrore

Ma parliamo di immaginario. E ripartiamo proprio dal Mandarino. Chiaramente è l’immagine di Bin Laden e in più passaggi si arriva all’islamofobia. In un’ispezione in Afghanistan Iron Patriot si trova dinnanzi a talebani servili e non troppo svegli; in una in Pakistan le donne sono tenute in una sorta di scantinato a filare: tutte hanno il burka. Nonappena il supereroe americano sfonda la porta queste escono e due sono le reazioni: chi lo ringrazia per averle liberate – passaggio che ricorda la missione civilizzatrice e la liberazione dalle catene della schiavitù di marca coloniale – e chi invece, sotto il velo, nasconde il volto della nemica, pronta a farsi saltare in aria per far fuori ogni barlume di americanismo. Dicotomia, questa che pare attraversare il substrato sociale americano.

Ma il terrore… diamogli un volto. C’è un passaggio in cui il sistema informatico di Stark seziona il Mandarino: è l’assemblaggio di più immagini, è il frutto di un immaginario: dei guerriglieri sudamericani, dei soldati islamici. Nasce dal montaggio dell’icona del male, Bin Laden, con una declinazione nuova, asiatica e cinese.

Ma c’è un altro passaggio da fare. Se Iron man non è solo un super-eroe, è anche la dimensione postumana dell’americanità, nata da una narrazione americanissima. Il suo ruolo, nell’economia narrativa, si basa sulle paure e sulle ansie del presente. Non sfugge, infatti, che il primo Iron Man, quello dei fumetti per intenderci, era espressione di un altro tempo, in cui si combattevano, in un territorio grosso come l’Italia, i musi gialli. Originariamente, le schegge nel cuore di Stark arrivavano da uno scontro con i Viet Cong; nel film, invece, le stesse sono quanto rimane della missione in Afghanistan. Ecco la dimensione postumana che recupera il presente, rendendolo palese, per inventare altri tempi e altri spazi del vivere.

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Panico (quasi) oltre le razze

Già, perché la razza è uno dei temi centrali. E’ un film sulla razza, sulle razze, che esprime egemonie in base all’ideale di potenza rappresentato da Iron Man e da Iron Patriot. Il primo ha l’armatura rossa e si disintegra più volte – almeno due – mentre il secondo ha su dipinti i colori statunitensi: rosso, bianco e blu. Iron Man contiene Stark: bianco, ricco, maschilista e convinto avere le carte in regola per comandare tutto e tutti. Iron Patriot contiene …, nero di cui sappiamo poco. L’egemonia del primo sul secondo è evidente, così come il fatto che, se paragonate le corazze alle armi e più in generale al mondo militare, il primo sarebbe certamente un generale, mentre il secondo un soldato valoroso, secondo la logica americana appunto un patriota, che andrà a combattere qualche guerra lontana per portare a casa uno stipendio.

Vi sono poi i nemici che, per una stravagante invenzione dell’eclettico, Aldrich Killian (Guy Pearce), possono curare il loro corpo una volta amputato, sfregiato, comunque danneggiato. Sono espressione del nemico che si rigenera, contro il quale è impossibile vincere. Ma, nell’atto di farlo sprigionano un tale calore da portare all’esplosione: come non pensare ai kamikaze, agli uomini e alle donne che si fanno saltare in aria per cause diverse? Bene tra di loro, sorprendentemente ci sono tutti gli idealtipi razziali: asiatici, europei, americani, due donne (una bruna e una bionda). Manca il nero: quasi a dire che questi sono tutti arruolati, dopo l’esempio di Iron Patriot, nell’esercito a stelle e strisce.

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Un’arma antropica, muta e destinata alla distruzione

E arriviamo alla fine. A Iron Man. Non ve n’è più uno solo, ma due, come abbiamo detto. Anzi, molti, perché lo scontro finale, contro gli umani diventati mutanti è combattuto da armature vuote comandate dal “generale” Stark. Come dire anche la macchina, che però è antropica, o meglio più che uomo, super-uomo e super-eroe, è sacrificata senza alcun risparmio alcuno per combattere questi soggetti, di razze diverse, antagonisti degli Usa. Si scopre, alla fine, che il significato è di ben altra portata: la guerra non è più esterna, contro un nemico chiaro, il Mandarino e il suo esercito, ma interna, contro quei soggetti non americani che, dopo l’11 settembre, sono diventati pericolosi per la rinascita dell’American dream.

Iron man è l’espressione di una guerra che finisce in tragedia: i mutanti sono sconfitti così come l’esercito di corpi meccanici, resi muti e asserviti alla parola umana. Ma non è proprio quella che ha generato l’ansia, il terrore, le paure? Non c’è alcuna soluzione di continuità, proprio come per gli Stati Uniti, divorati da una crisi economica e culturale senza soluzione.

https://www.youtube.com/watch?v=GgDDXXeYJeI

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