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di Gaia Giuliani

Di che cosa ha più paura la gente? Della morte! E noi invece no.
Noi siamo già morti e per questo siamo padroni del tempo [«we master the clock»]
Amy in In the flesh

E chi non avrebbe voglia di guardare post-mortem la propria lapide dopo essere uscit* dal vano tombale?

Due produzioni recenti – una americana l’altra inglese – narrano il caso in cui l’incarnazione del ‘rimosso’ (gli zombies), sconfitto con la vittoria dei vivi, non scompare ma viene addomesticata – è il caso di Fido (Andrew Currie, Canada, 2006) – o riportata alla vita ‘umana’ – è il caso della miniserie televisiva In the flesh (Dominic Mitchell, GB, 2013).
Lo stile narrativo, la diversa ambientazione e il peculiare linguaggio visivo delle due produzioni sembrano rimandare immediatamente al modo in cui vuole essere o può essere rappresentata, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, la vittoria dei vivi sui morti viventi. Nel primo caso, la vittoria dei vivi è grottescamente raccontata attraverso la riproposizione del regime segregazionista «Jim Crow» vigente fino alla fine degli anni sessanta, nel secondo essa rievoca il lutto privato delle guerre in Afganistan e in Iraq. Entrambi raccontano lo stato di perenne precarietà in cui versa l’essere umano, non più padrone della vita, della tecnica e del futuro, ma obbligato persino a ri-accogliere il morto dentro la propria famiglia e comunità come nuovamente vivo ma ‘morto’ e mai uguale a ciò che era un tempo.

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Nel caso del film semi-comico Fido (una sorta di versione zombie di Frankenstein Jr di Mel Brooks [1974]) il rimosso a cui rimanda la figura dello zombie è evidentemente la schiavitù: dopo la grande guerra e la vittoria dei vivi sui morti, una grande azienda di sicurezza – la Zomcom – progetta, brevetta e distribuisce un collare che neutralizza l’aggressività e gli istinti cannibali degli zombies. Questi vengono impiegati per varie mansioni in una società piccolo-borghese e monofamigliare nord-americana che richiama quella del boom (tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta), in cui al tempo chi svolgeva i lavori umili (domestica e domestico, lattaio, consegna a domicilio dei giornali, giardiniere, ecc.) erano i membri della comunità africana-americana e della workingclass bianca e nera (nel caso soprattutto degli operai in fabbrica). Si potrebbe pensare che nella visione distopica di quel mondo duale gli zombies abbiano sostituito quella componente sociale razziale e di classe che non è in alcun modo rappresentata dai vivi. I vivi che ‘possiedono’ gli zombie-novelli schiavi sono tutti bianchi e benestanti: addirittura il loro status, come era nella piantagione schiavista nel caso dei neri, deriva dal numero di zombie che si sono comperati e hanno posto a loro servizio.

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L’aria che si respira nella picola cittadina statunitense di fantasia – Willard – in cui si svolge la vicenda è serena (interrotta solo dall’attacco omicida di cannibali in libertà, ormai normalizzato e considerato come facente parte dell’organizzazione sociale americana – tanto quanto le sparatorie o gli omicidi che nella vita ‘reale e non-distopica’ avvengono da parte o all’interno delle ‘minoranze’): in breve, là come qua, è grazie all’ordine sociale stabilito dai bianchi che i ‘potenziali criminali’ sono tenuti a bada e resi produttivi. In effetti essi non mangiano, non sporcano, sono ubbidienti e devoti, al punto che il dirimpettaio della famiglia protagonista se ne è preso una come fidanzata. Non tutti sono completamente decerebrati: se la condizione di zombie coincide con una paralisi o necrosi delle cellule celebrali/terminazioni nervose che regolano la razionalità, l’autocontrollo, l’affetto, l’amore, il senso di solidarietà con gli esseri umani, non tutti manifestano lo stesso livello di disumanizzazione, con o senza collare. Non c’è alcuna memoria del passato ma c’è memoria del presente anche quando il collare viene disattivato o tolto: anche quando per errore il suo collare smette di funzionare, Fido si ricorda del rapporto speciale che lo lega al suo padroncino, Timmy Robinson, che lo ha chiamato non a caso con questo nome stabilendo così un rapporto di grande intimità. Lo difende dai due bulletti della scuola sino ad ucciderli, trasformandoli in zombies, e a correre a chiamare la madre, Helen, perché lei lo vada a liberare. Si ricorda anche dell’attrazione reciproca tra sé e quest’ultima, che in un momento di paradosso grottesco si trova a far volteggiare a passo di danza nel salotto di casa sotto gli occhi del marito, Bill, schifato e attonito. fido - dance

Quest’ultimo non accetta di avere uno zombie in casa perché il suo amato padre, infettato, lo aveva attaccato, costringendolo ad ucciderlo.
La narrazione si conclude con il sovvertimento dell’ordine sociale (razziale e di genere) ma non di classe: morti sia il ricco proprietario della Zomcom nonché veterano della guerra agli zombies (Mr. Bottoms) sia il padre di Timmy, la signora, elemento più che attivo nella vicenda che la vede implicata con Fido, riesce finalmente a coronare il suo sogno romantico con lo zombie ammansito (che non ha nemmeno pù bisogno del collare) che prende il posto del marito nella concezione borghese della vita felice dei ruggenti anni Cinquanta. Il signor Bottoms viene trasformato in uno zombie addomesticato e a servizio della moglie, mentre il signor Robinson viene decapitato, secondo la sua volontà, per evitare di tornare in vita come zombie. Il nuovo mondo è dunque di queste donne per bene, direttrici della vita domestica ma ora anche di quella pubblica, in cui l’uomo gioca la parte del «sottosviluppato» addomesticato. Non c’è più paura della morte e della mutazione: Timmy e sua madre, infatti, si dimostrano più volte curiosi della vita da zombie e della possibilità di accedere in qualche modo all’eternità, rispondendo entusiasticamente alla domanda che Henry da vivo poneva loro in modo scherzoso, «decapitato o zombie?», «zombie senza dubbio!».
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Sette anni dopo la BBC produce la miniserie in 3 puntate In the flesh, non ancora tradotto né  distribuito in Italia, che combina il genere zombie con quello più fantascientifico degli «scomparsi e poi ritornati» (tipizzato dalla serie televisiva 4400 [Canada, GB, USA, 2007-2007]). Qui, la narrazione è molto intimista – scava nei conflitti famigliari all’interno di una piccola comunità del Lancashire, la finzionale Roarton (nome estremamente evocativo, visto il significato del verbo-sotantivo «roar»-ruggito, suono che emette lo zombie). Qui, dopo la riabilitazione dalla PDS (sindrome del parzialmente deceduto) torna Kieren Walker, abbracciato dalla famiglia che lo considera (e questo viene esplicitato nell’ultima delle tre puntate di cui si compone al miniserie) un ‘regalo’ del destino, una seconda possibilità per riparare agli errori di genitori commessi nella ‘prima vita’ (da vivo) del ragazzo: Kieren si era infatti suicidato dopo la notizia che il suo giovane amore, Rick, arruolatosi nell’esercito in Afganistan, era morto sul campo. Il padre, dopo che Kieren era scomparso da giorni, lo ritrova in una grotta – luogo d’amore in cui alberga sulla parete la scritta «Rick + Kieren 4ever» – con le vene dei polsi recisi. Invece che cremarlo, come aveva chiesto, era stato sepolto: quando, nel 2009, la «rise»-l’insurrezione degli zombie aveva scatenato i morti contro i vivi, Kieren si era trovato chiuso nella bara e ne era uscito, scegliendo, insieme a Amy, il supermercato della cittadina come luogo di caccia di carne umana. Tutto ciò torna alla mente di Kieren grazie ai farmaci che è costretto a farsi iniettare ogni giorno nella spina dorsale, all’altezza del collo, prima dei medici, poi dai genitori, farmaci che stimolano la memoria dei fatti accaduti durante lo stadio zombie. Ecco allora che Kieren si ricorda di come lui e Amy avevano sbranato Lisa, l’amichetta della sorella Jem, membro dell’HVF (human volunteers force) che combatteva i morti viventi. L’unica, infatti, a non accettare il ritorno del fratello come ‘morto vivente’ ammansito e addomesticato è proprio Jem che l’aveva trovato a banchettare con la testa di Lisa. Jem non era riuscita ad ucciderlo, consegnandolo invece ai militari e alle strutture mediche in grado di riabilitarlo dalla PDS. Sarà solo quando, recuperata la memoria, Kieren chiederà scusa alla sorella per ciò che ha fatto a Lisa, che Jem riconcerà ad amarlo.

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L’idea di trasformare lo zombie in una nuova possibilità d’amore e di riscatto è geniale. Non da tutti viene accolta quest’idea, all’intero della comunità di Raorton: la HVF è ancora attiva e è intenzionata a sterminare tutti i PDS ritornati alle famiglie: così uccide in una sorta di esecuzione pubblica, l’anziana moglie di un membro della comunità, una PDS ritornata, con un colpo alla nuca in mezzo alla strada, come le milizie suprematiste-bianche sono solite fare ancora oggi in Gran Bretagna contro i ragazzini neri (da Stephen Lawrence nel 1993 al ragazzo nero ucciso dalla polizia durante i riot del 2012 la lista è lunga). Lo scontro tra umani e post-umani è la metafora dello scontro tra i ‘fits’ e i ‘non-fit’ (gli adatti e i non adatti), dove il maschio virile, orgoglioso nazionalista e eterosessuale combatte i ritornati i quali rappresentano le ragazze della coscienza femminista e anticonformista (Amy), i ragazzi gay (Kieren e Rick) e gli infedeli (chi non va in Chiesa con la solerzia necessaria al quieto vivere e alla riproduzione dei valori tradizionali della comunità e Rick dovrà ammettere di essere credente).

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Il capo delle HVF è Bill Macey: nella seconda puntata egli sarà costretto a riaccogliere suo figlio, Rick, rifiutandosi di considerarlo un PDS. Quando Rick, rifiutatosi a sua volta di uccidere Kieren sotto ordine del padre, mostra al genitore le sue vere sembianze (si toglie il trucco e le lenti a contatto che la clinica gli aveva dato per apparire meno ‘mostruoso’ e più ‘normale’ nonostante le cicatrici evidenti), Bill lo uccide conficcandogli un coltello nella nuca. A quel punto tutta la comunità affettiva si ribella: le mogli ai mariti (la madre di Rick contro Bill), i mariti (l’uomo a cui avevano giustiziato la moglie PDS) contro l’ideale di maschio virile anaffettivo (Bill, che viene ucciso con una doppietta), il segretario del vicario del paese (ideologo della guerra agli zombie e ai PDS) alle barriere sociali e affettive con i ritornati (Philip ha una relazione sessuale con Amy), tutti questi personaggi rifiutano la divisione tra vivi e morti. Tra le scene più commoventi, ve ne sono tre che mi hanno fortemente emozionata: la prima si svolge quando Jem convince Kieren ad andare nella casa dei genitori di Lisa (una coppia mista, lei nera, lui bianco), per dir loro che lui era sulla scena dell’omicidio della figlia, e scusarsi per ciò che ha fatto. Le sue parole vengono totalmente travisate dai genitori che non capiscono o non vogliono capire che lui è il suo omicida. Credono che Kieren fosse là per caso e che avesse visto il corpo, cosa che i genitori sperano fortemente («so you have seen the body?! He has seen the body!»): secondo i «films zombie», infatti, se il corpo è integro può ritornare. Kieren sa che ciò non è vero: i morti si risvegliano tutti insieme come durante l’Apocalisse di Giovanni, per cui chi è deceduto successivamente al «rise» non si risveglia. Altro mito che Kieren sfata e che appartiene alla vulgata diffusa dalla tradizione cinematografica zombie, è che se si viene morsi ci si trasforma: per la stessa ragione di cui sopra, non avviene nessuna mutazione. Kieren, sotto consiglio di Jem, desiste dal raccontare loro la verità: lascia che essi mantengano viva la speranza di un ritorno di Lisa e della possibiltà di riaverla come PDS.
L’altra scena emotivamente molto forte è quella di una battuta di caccia al «rotter» detto anche «rabbit», lo zombie non ancora catturato che un membro della HVF ha visto aggirarsi nel bosco. Anche Rick e Kieren sono presenti. Quando Kieren comprende che lo zombie (un uomo adulto) ha ucciso una pecora per sfamare sé e una bambina che egli tiene protetta dentro quella stessa caverna-casa dell’amore che egli aveva condiviso con Rick, Kieren si oppone all’uccisione, rivendicando per loro la stessa riabilitazione a cui lui e Rick sono stati sottoposti. E si para davanti al fucile di Rick, istigato dal padre a dare una prova di virilità e ‘umanità’. Rick, alle parole rivelatrici di Kieren che sa che anche lui è un post-umano PDS, si rifiuta di sparare.
L’ultima scena che vale tutta la miniserie è quella che fa incontrare la madre di Kieren e il figlio nella famosa grotta: lui è fuggito di casa dopo l’uccisione di Rick e lei lo ha raggiunto là, dopo che come un tempo Kieren vi si era rifugiato alla notizia che Rick era morto in Afganistan. Lei sapeva dove fosse ed era l’unica che poteva andarci, vista l’esperienza traumatica del padre che lì l’aveva trovato morto suicida. La madre fa un discorso dolcissimo al figlio, raccontandogli come prima di conoscere il padre lei uscisse con un ragazzotto molto bello e molto ricco di cui era innamoratissima. Andava alle superiori. Quando la famiglia del ragazzo interdice il loro amore perché lui possa optare per un partito migliore, lei va in depressione. Si reca al college, ma niente, torna a Roarton e non vede alcuna ragione di vita. Si reca in una farmacia con il proposito di comperare tutte le pillole che le permetteranno di morire. Qui trova un farmacista che la fa parlare, parlare, parlare. Quell’uomo così carino diventerà successivamente il suo sposo e il padre di Kieren e Jem. Lei sa, quindi, cosa vuol dire perdere chi si ama, svelando così al figlio anche la propria piena consapevolezza del legame d’amore che legava e lega lui e Rick.
Il ruolo della Chiesa in questa miniserie è estremamente contraddittorio: un ruolo che come tale è oggetto di forte apprezzamento (la Chiesa ha tenuto insieme la comunità durante l’insurrezione degli zombie) ma anche critica profonda (l’unione della comunità è stata fondata sull’odio per i ritornati). Essa ha diffuso una grande quantità di falsità: il vicario Oddie – anche questo un nome molto evocativo – afferma che il ritorno dei morti nel 2009 non era la vera Apocalisse perché si sono manifestati con desideri distruttivi nei confronti delle creature di Dio; ci sarà dunque un nuovo ritorno, quello voluto da Dio e non da Satana, che riconsegnerà i figli e i cari alle loro famiglie. È questa la falsità che spinge Bill ha uccidere Rick: è convinto che tornerà ‘da vivo’ e non ‘da morto’. Ed è proprio quando Kieren, dopo aver trovato il cadavere di Rick, affronta Bill in casa di quest’ultimo di fronte agli occhi attoniti della moglie, che lo spettatore/la spettatrice può liberarsi dal senso di soffocamento delle parole che il vicario pronuncia durante le prediche rappresentate in ciascuna dei tre episodi. Non ci sarà una seconda insurrezione, e in ogni caso, chi può prevedere quando avverrà? Bill ha rifiutato un dono del destino e ha preferito rimettere il fiocco nero alla foto del figlio in divisa piuttosto che fare i conti con il suo ritorno: il ritorno di un ragazzo che ama un altro uomo e che alla fine non è quel modello di virilità-militare che il padre desiderava incarnasse.

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L’elemento della sovversione femminile dell’ordine costituito è presente in entrambe le narrazioni – quella di Fido e quella di In the flesh – ma in un certo senso si differenzia a partire dalla storia specifica dei due paesi e dal proposito narrativo dei due registi (Andrew Currie e Dominic Mitchell). Le donne in Fido, così come nella società americana, dismettono il ruolo di passive domestiche/segretarie dedite alla riproduzione del maschio e della sua egemonia proprio nei primissimi anni sessanta (si pensi alla rappresentazione del femminile nella serie americana Mad men, 2007-): sono anche quelle che più nettamente infrangono i tabù sessuali legati alla linea del colore e di classe, di normalità e anormalità (uno per tutti, il famoso film Crimini del cuore del 1986, con la triade stratosferica Sissy Spacek, Diane Keaton e Jessica Lane). Le donne di In the flesh sono quelle che ricordiamo nei tanti ‘film di ricerca’ o ‘politici’ prodotti nel Regno Unito sin dai primi anni settanta: sono le donne che segretamente, come nella miniserie, costruiscono le reti affettive che potrebbero non solo dar vita alla battaglia per un futuro migliore, ma potrebbero anche garantirne materialmente l’avvento: le madri e mogli dei ritornati si incontrano in una stanza buia, separata, insieme all’infermiera (una donna che è la single-mother del paesino, madre di Philip, il segretario del vicario) che ha deciso di insegnare loro come ‘medicare’ i propri famigliari PDS. È sempre lei che ha creato questo gruppo ‘di autocoscienza’ e ‘autoaiuto’, perché le donne possano raccontare cosa provano e come riescono a fare i conti con i PDS e la società attorno.

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