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di Gabriele Proglio

Non un filmone, di quelli imperdibili. Eppure, lasciando da parte la vena splatter che ricorda videogiochi come Chiller e Resident Evil, qualcosa resta. Certo, oltre alla cena sullo stomaco, perché quella, in un paradosso che lega i protagonisti allo spettatore, pare essere il piatto forte di tutto il film…

Riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio, da quando, cioè, gli occhi di una donna, Eva, vedono dalle finestre di casa la fine del suo mondo. Un’esplosione si propaga sulla sua pupilla e lei diviene l’angelo dell’Apocalisse, l’omega di un pianeta consumato dall’atomica. Siamo in un palazzo di New York, di quelli in cui nessuno conosce il vicino, ma lo percepisce nell’isolamento dei singoli loculi. Ebbene, la colonna di fuoco che si alza, dopo il bombardamento, mette in fuga, come i topi su di una nave ormai destinata agli abissi, tutti gli inquilini. Corse giù per le scale, fino in fondo, là dove, appunto, osano i topi: la cantina.

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Questo è il mondo di Miky (Micheal Biehn), il custode del palazzo che ha vissuto questo momento in una fobia continua nata col Vietnam e arriva fino all’11 settembre. Ha messo da parte le scorte, l’acqua; ha creato un bagno con scarico diretto nella fossa settica; ha materassi e tutto quello che serve per la sopravvivenza. Ma più di tutto, appena i sette personaggi entrano in quel mondo, da novello Virgilio fa gli onori di casa “questo è il vostro paradiso terrestre”.

Follia? Esaltazione del pronosticato? Ansia o nevrosi del peggior tipo? Nulla di tutto ciò. Quel momento è frutto di una sedimentazione collettiva e pubblica di paure che Miky, come altri americani, ha vissuto in prima persona. È il lato oscuro dell’imperialismo che penetra fin dentro le coscienze e si fa americanness, e quindi mondo, si eleva a dio onnipotente, capace di discernere il bene dal male, la pace (armata) dalla guerra. Ogni parola è parola americana; il resto è silenzio, miseria e paura.

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Eppure, nello scoccare dell’apocalisse nucleare, in quella cantina sigillata perché le polveri radioattive non contaminano l’aria, il mondo si rivolta su se stesso. L’America si ritrova piena di ansie: le paure di una madre, Marilyn (Rosanna Arquette), che è scesa con la figlia; di Eva (Lauren German) e del suo compagno Adrien (Ashton Holmes); dei due fratelli spavaldi Josh (Milo Ventimiglia) e Bobby (Micheal Eklund), di un nero, Delvine (Courtney B Vance).

Dopo un’incursione nell’Eden di alieni-umani – entrano con una tuta biancha e con fucili che paiono arrivati da un’altra galassia – si scopre che i nemici non sono gli ‘arabi’, plurale che deumanizza alla Bhabha, ma i nord coreani. Cambia razza, cambia paura. La geografia di questa paranoia è sconosciuta e in divenire: gli articoli di giornale che Mickey ha messo da parte, con Bush all’alba dell’operazione Enduring Freedom, o i ricordi nella foto dell’aiuto prestato a Ground Zero sono insufficienti. Così come la bandiera americana, trasformata in oggetto di quotidiana utilità: è un panno che serve ai due fratelli, ormai impazziti, come bavaglio nel taglio dei capelli.

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La figlia di Marilyn viene rapita da questi intrusi: da questo momento scatta, con la fine di ogni simbolo del futuro, la paranoia. E gli americani sono messi a nudo. Le loro ‘linearità’ si scoprono zeppe di ansie e incapaci di reggere l’urto. Marilyn stessa passa da madre premurosa a ninfomane, non disdegnando di cambiare estetica, marcando ossessivamente con il rossetto le labbra – simbolo della sua sensualità. Gli altri sono presi dalla sopravvivenza e quando il cibo finisce ogni uomo diventa simbolicamente un lupo. Tutti contro uno: è il caso di Mickey che nascondeva provviste per poi essere scoperto dagli altri, obbligato, sotto tortura, a rivelare il codice per entrare nella camera delle provviste (e dunque della salvezza) – non ci si stupisca se è 9-11-01 – e poi rinchiuso in uno stanzino.

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La trama da questo punto si fa scontata: sangue e scontri senza alcuna remora. Gli occhi degli americani, gli ultimi sopravvissuti nell’Eden, si fanno rossi. Le psicosi si impadroniscono di loro e rendono palese quei volti stigmatizzati dall’America: ritualità pornografiche che affermano il dominio del maschile sul femminile; cambi di genere e omosessualità quale stadio liminale della malattia (mentale e fisica); addomesticamenti, come cagnolini, pronti ad abbaiare a comando; ossessionati dai ricordi del passato e dalle voci dei morti (cari) che li chiamano. E poi ancora c’è la bambina: prelevata dagli alieni diventerà cavia da laboratorio, o soggetto, privato di ogni elemento che rimanda al genere, per un futuro improbabile.

La fine, più che il film in sé, è la chiave di volta. Eva fugge dal Paradiso terrestre uccidendo o lasciando morire gli “Adamo”, e quindi uscendo dalla dicotomia hegeliana maschile-femminile. Non solo: supera i limiti del suo corpo e diventa, con la tuta biancha, essa stessa aliena. Scende negli inferi, passando per la fossa settica, e oltrepassa il fiume su cui un tempo navigava Caronte. Anche lui è finito. Poi risorge, alla luce di un mondo fatto di macerie, di cui sarà nuovamente la prima Eva: non solamente donna, umana e aliena, ma anche in nuovo logos di un mondo tra rovine e scheletri.

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