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di Gabriele Proglio

Il film, in sé, non è certamente da premio Oscar. Eppure, dopo un primo tempo lunghissimo, in cui il ritmo rallenta forse anche perché percorre territori cinematografici ‘già visti’, si apre, in modo del tutto inaspettato, un secondo capitolo di tutt’altro tenore. 

Ma facciamo un passo indietro. Joseph Kosinski, regista di Tron: Legacy, porta sul grande schermo un mondo postnucleare, in cui la battaglia contro gli alieni, gli Scavs, è stata vinta ma a un prezzo altissimo: il pianeta è ormai distrutto e reso per una buona parte radioattivo. I nemici hanno “risucchiato” anche la Luna, provocando così una catena ininterrotta di cataclismi che ha abbattuto quasi ogni segno della vita: dello stadio in cui si giocò l’ultimo superball rimangono i corridoi che portavano al campo. “Sono stati tutti evacuati (su Vulcano), non rimane niente di umano. Siamo qui per riparare i droni, una squadra si spazzini” chiarisce Jack Harper (Tom Cruise). Con lui, su di una casa sospesa tra le nuvole, Victoria Olsen (Andrea Riseborough): entrambi sotto le direzioni di Sally (Melissa Leo).

I dialoghi di quest’ultima con Vic richiamano alla mente le strategie motivazionali dei peggiori call center: con sorrisi e gentilezze a cavallo tra l’artificiale e l’artificioso, i due sono ‘la squadra perfetta’, ma anche, come si scoprirà più avanti nel film, numeri di una serie infinita di cloni. Il tema di una schiavitù digitale, emersa dalla lettura/asservimento al dio ‘bit’, prende fiato in location tecnologiche. Qui la vita quotidiana, dal caffè mattutino al bagno in una piscina “aerea”, è scandita dalla dipendenza estetica/procedurale con un mondo posticcio, essenzializzato e ridotto all’unità. Si scoprirà che altri moduli abitativi, nelle zone radioattive e quindi vietate, sono abitati da altre Vic e Jack. L’estetica tecno-minimal avvolge i due e li protegge, come sotto una cupola iperbarica, separandoli dalle contaminazioni esterne. L’umanità è ridotta ai minimi termini e confinata in un paradiso onirico ed etereo, con la promessa di riguadagnare la vita, invertendo così il flusso di molte dottrine religiose, presto su Vulcano, come chiarisce Sally “appena terminato il lavoro”.

La ribellione, per Jack, inizia seguendo un sogno, una donna che gli sorride; poi un macchinario di quelli che servono per guardare dai punti panoramici. Si capirà dopo che si tratta dell’Empire State Building, ormai ridotto a macerie. Ne rimane però, a differenza delle Twin Tower, un elemento simbolico che porta l’autore oltre e fuori dalle matrici che qualcuno ha voluto per lui. Il sogno, proprio come lo spettro di Derrida, rivela, rende palese anche se non per forza comprensibile.

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A questo si aggiunga il ‘ritorno alla natura’ di Jack che disubbidisce agli ordini impartitigli da Vic e scende a terra. Qui lascia la divisa, su cui comprare un numero seriale stampato sul petto, e ridiventa umano: jaens, maglietta, cappellino dei New York Yankees; tira a canestro come si faceva ancora settant’anni prima, si sdraia sulle sponde del lago e assapora il mito, ormai consumato, della libertà americana. Per intenderci quello che fa venire in mente Into the wild o, molto più vicino a noi, la speranza di un pezzo di terra e di una casa di proprietà, libera da mutui, bollette e vicessitudini finanziare, lavorative, immersa nella natura.

Certamente non è un ritorno all’età dell’oro, all’essenzializzazione del rapporto della natura: potremmo invece leggere tale rapporto come rottura dei vincoli che governano la metropoli e ridefiniscono le forme di sfruttamento nello spazio e nel tempo. La spazializzazione operata da Jack incide sul reale e crea, dunque, un cortocircuito con le logiche di riproduzione del senso. Non a caso, infatti, se la dimensione esterna è la natura quella interna è cognitiva: un vecchio giradischi con i vinili anni Settanta e Ottanta; una libreria con testi antichi.

Proprio un libro, durante una perlustrazione lo aveva fatto sussultare. Non è il mondo di Bredbury questo, perché nessuno brucia neppure una pagina del peggiore rotocalco di gossip: tutto è ormai compiuto. Dunque, un libro è epistemologicamente una rivelazione: attraverso di esso si dischiude un universo che è stato cancellato, ma anche una pratica di resistenza, che poi diventerà lotta, come fattore di accumulazione cognitiva.

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Proprio mentre Jack sta rivendicando, all’interno dell’orario di lavoro, uno spazio per sé, liberandosi dell’onta del numero e riconquistando una umanità per imitazione, giunge, in modo inaspettato il momento della svolta. Cadono a terra delle sonde con dentro uomini e donne in sonno perenne. Una di queste è la donna che poco prima ha sognato. Arrivano i droni e iniziano, dopo la scansione e l’identificazione dei soggetti, a distruggere le capsule: Jack passa dalla resistenza al sabotaggio; spara contro la macchina, la cellula di quel dio che lo avrebbe creato. Il condizionale è d’obbligo e lo sarà per tutto il proseguo del film, fino a che, colpito da uno Scav si risveglia incatenato in una sala. Qui la scoperta: gli Scav sono umani. Sotto la corazza epidermica, che per ogni nemico deve essere rigorosamente nera, si scoprono uomini e donne in carne ed ossa. Il loro capo, Malcolm Beech (Morgan Freeman), è un nero: ma poco conta, anzi sembra recuperare a tratti l’obamità di un mondo rovesciato che poi, nel vero, costituisce la sua gerarichia su altri presupposti. Non esiste, cioè, un’ideologia, un’utopia, una distopia, un’ucronia: la lotta è contro un nemico unico che pare invisibile agli occhi di Jack.

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Questo, infatti, non sa se fidarsi: gli viene rivelato che il nemico, quello che ha distrutto il mondo, è il suo ‘principale’, quello per cui lavora. Così direttosi nella zona vietata insieme alla donna sognata, che si chiama Julia Rusakova (Olga Kurylenko) ed è stata sua moglie, scopre che la sua memoria è stata cancellata, così come quella degli altri sé, dei cloni che come lui lavorano sul pianeta per permettere che le turbine di aspirazione dell’acqua del pianeta continuino a lavorare. Jack trova un altro Jack, solo con altro numero sul petto: questo è al pari della divisa del grande magazzino o della fabbrica, del numero, annunciato vocalmente, dell’operatore di un call center.

Qui inizia la lotta di Jack che ha ‘visualizzato’ il vincolo egemonico che grava su di sé, sulla Terra, su Julia e sugli altri uomini. La lotta diventa totale, contro ogni drone. Poi escogitando uno stratagemma, Jack arriva fino al cuore della nave madre che coordinata le operazioni di sfruttamento del pianeta. Con lui dovrebbe esserci Julia, portata, come gli era stato ordinato, da Sally. Questa, nella buona tradizione fantascientifica, è ovviamente una macchina-parlante, un logos capace di creare la propria immagine e dunque considerato al pari di un dio. L’equazione uomo più donna che avrebbe generato la vita, ora è indispensabile per procurare la morte di un’altro dio. Come ogni elemento simbolico, però, anche i due sono soggetti a slittamenti di significato: al posto della donna, aperta la capsula criogenica, c’è Malcolm. Il resto è la morte di un dio dai tratti femminile ma androgino per mano di due uomini: uno bianco e giovane, l’altro nero e vecchio.

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Di particolare interesse è la geografia della rivolta: le traiettorie che portano Jack alla consapevolezza sono due. Nella prima, richiamando alla mente i vincoli del periodo coloniale, Jack, uomo bianco, passa dal cielo alla terra, ponendo un parallelo con i rapporti centro-periferia, nord-sud del mondo. Vi è poi la consapevolezza dell’aporia, della rimozione del passato che è invece vincolata al libro, testo scritto e testimonianza di un’anacronismo che, proprio perché è tale, parla anche del passato di tutti, anche di Jack. Infine, la natura: questa è, come spesso accade, il fattore di accumulazione di tematiche che non sono espressamente ecologiche ma, come nel film, più dirette ad espletare le modalità di sfruttamento dell’uomo.

Oblivion rappresenta la crisi di un sistema che continua perennemente a distruggersi dal quale, però, non emergono, stando al film, proposte rivoluzionarie, ma “solamente” istanze di rivolta del tutto eterogenee, slegate tra di loro, poco coerenti e convincenti, non per forza così diverse dal potere stesso.

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